Contro le cattedere “fantasma” presidio all’USP Milano

Pubblichiamo un comunicato stampa sul Coordinamento lavoratori Scuola “3ottobre” Milano in merito alle “cattedre fantasna“.
Lunedì una delegazione di insegnanti precari delle superiori è andata a parlare con la dottoressa Pace, responsabile delle nomine per le scuole superiori dell’USP di Milano, per chiedere ancora una volta nuove convocazioni e il quadro completo di cattedre e spezzoni rimaste.
Ancora una volta abbiamo avuto conferma di come il problema delle cattedre e spezzoni c.d. “fantasma” cioè non comunicati dai presidi all’USP prima delle convocazioni, sia un problema assolutamente reale e che l’USP non abbia (o non voglia avere) alcun controllo della situazione e si disinteressi di porre rimedio a questo “malcostume” dei Dirigenti Scolastici. A meno chè il funzionario di turno (in questo caso la suddetta dottoressa Pace) a fare una verifica, non sia sollecitato, o meglio quasi obbligato… da chi? Dai diretti superiori? Dai sindacati? Niente affatto, dai precari stessi che questo problema lo vivono direttamente sulla loro pelle e ne pagano le conseguenze, come se non bastassero già i tagli e l’angoscia di un’attesa (di nomina) che si fa ogni anno più lunga e incerta.
9 ore all’Istituto “Don Milani” di Meda
2 cattedre all’Istituto “Carlo Porta” di Milano
Il passa-parola tra i precari ha funzionato per far riapparire queste disponibilità nel sostegno superiori, ma solo l’insistenza della delegazione ha “convinto” la dottoressa Pace lunedì a fare una verifica direttamente presso i Presidi di quegli istituti in nome di un obbligo di legge troppe volte disatteso da alcuni Dirigenti scolastici: la trasparenza.
Quante altre cattedre e spezzoni non arrivano alle nostre orecchie e quindi restano sommerse togliendo possibilità di lavoro ai precari con diritto alla nomina? Quante disponibilità in più avremmo avuto nelle ultime convocazioni se USP e sindacati confederali avessero fatto il loro dovere di controllo e vigilanza sulle scuole? Quanto durerà questa presa in giro?
In un importante istituto superiore di Milano, ogni anno da ormai alcuni anni una cattedra di sostegno “fantasma” (quindi non comiunicata all’USP dal Dirigente scolastico prima delle nomine) viene occupata dalla stessa persona senza titolo. Il clientelismo e nepotismo, effetti nefasti della chiamata diretta degli insegnanti da parte dei Presidi che tanto piace ai nostri “riformatori” al governo, è già da alcuni dirigenti praticato, ancor prima che diventi legge, approfittando della mancanza di controlli da parte di USP e dall’inerzia dei sindacati confederali.
E’ VERGOGNOSO!
MERCOLEDì 29 settembre ALLE 16 TROVIAMOCI DI NUOVO SOTTO L’UFFICIO SCOLASTICO PROVINCIALE, Via Ripamonti 85, PER PRETENDERE MAGGIORI CONTROLLI E VIGILANZA SULLE SCUOLE E CHIEDIAMO UNA SERIA E IMMEDIATA RICOGNIZIONE DA PARTE DELL’USP, DI TUTTE LE DISPONIBILITA’ SCUOLA PER SCUOLA, AL FINE DI FAR RIAPPARIRE TUTTE LE EVENTUALI CATTEDERE E SPEZZONI “FANTASMA” IN TUTTE LE CLASSI DI CONCORSO PRIMA CHE VENGA DICHIARATA DA PARTE DELL’USP LA CHIUSURA DEFINITIVA DELLE OPERAZIONI DI CONVOCAZIONE DI QUEST’ANNO.
Coordinamento lavoratori Scuola “3ottobre” Milano
http://coordinamento3ottobre.blogspot.com
Cobas: appello degli studenti per lo sciopero generale
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GLI STUDENTI PER IL 15 OTTOBRE: UNIRE LE LOTTE TRA STUDENTI E LAVORATORI.
Il 15 ottobre saremo in piazza con i lavoratori della scuola, le organizzazioni sindacali e di movimento per un grande sciopero ed una grande manifestazione contro le politiche del governo. Uno spirito unitario, quello dell’appello lanciato dai COBAS, che abbiamo apprezzato particolarmente, perché ha il merito, in un periodo in cui troppo spesso il centro della scena è occupato da rivendicazioni e ragionamenti di “categoria”, di rilanciare con forza una parola d’ordine di unità, tra tutti i lavoratori, gli studenti e quanti pagano i costi della crisi.
Un momento politico, quello che stiamo vivendo, in cui l’attacco ai diritti dei lavoratori procede di pari passo al progetto di dismissione del settore pubblico ed in particolare della scuola e dell’università; le conquiste di anni di lotte sono spazzate in nome del profitto, il pubblico cede il passo al privato; la sicurezza e la dignità ad un presente di precarietà senza diritti e senza futuro.
Un attacco complessivo, che viene scatenato da vent’anni, indipendentemente dal colore dei governi, e che vede nella fase attuale il punto terminale di un lungo processo.
Ma tanto appare evidente questa realtà, quanto la necessità di invertire ora questa tendenza.
Di fronte ad un sistema che non è in grado di correggere le sue contraddizioni è bene che la nostra lotta sia un fattore scatenante della loro esplosione.
Per troppi anni, il movimento studentesco, ha perso di vista obiettivi reali per quali lottare.
Lunghe e articolate proposte di riforma, molte delle quali assolutamente condivisibili, ma totalmente inutili. Quale governo avrebbe dovuto ascoltare le nostre richieste? Quali condizioni militavano a nostro favore per ottenere risultati? E soprattutto, ed è questa la domanda che serpeggia tra tutti noi, perché non si ottengono mai risultati?
Le analisi dei movimenti che per tanto tempo hanno diretto e indirizzato le mobilitazioni, hanno perso di vista un particolare fondamentale: nell’attuale sistema economico-politico non c’è possibilità di riforma. Non esistono rapporti di forza tali da indurre chi governa a modificare linee guida dettate da interessi economici di lungo periodo e di vecchia data.
Un movimento, anche molto partecipato come l’Onda, non ha ottenuto nulla. E in questi vent’anni hanno avuto questa fine tante lotte prima e tante ancora ne dovranno venire, se questa tendenza non viene invertita. Tutto ciò ha prodotto un senso di scoramento che leggiamo negli occhi di quanti per anni, o anche solo per una volta, hanno lottato in nome di quelle parole e che oggi non credono più in nulla e non sono disposti a scendere di nuovo al nostro fianco.
Allora deve essere chiaro che noi non ci attendiamo NESSUNA RIFORMA , perché nell’attuale sistema nessuna riforma è possibile. Con questa parola intendiamo la migliore cultura di “riforma” quella che, seppure parzialmente, otteneva dei miglioramenti. Oggi il termine riforma ha acquisito tutt’altro significato. Le riforme sono legate solo al taglio dei fondi per ottenere bilanci in parità; nessuno pensa che dietro ogni “riforma” ci sono persone in carne ed ossa, lavoratori, famiglie e studenti. Ma allora cosa possiamo fare?
Possiamo e dobbiamo condurre in questa fase una politica di RESISTENZA ATTIVA, cioè di non adeguamento alla logica del meno peggio, oramai imperante anche a sinistra, tra studenti e lavoratori, che ci ha portato negli anni a difendere qualcosa che si avvicinava inesorabilmente al peggio. I lavoratori hanno accettato condizioni di lavoro massacranti, sacrificando la sicurezza e la libertà, pensioni sempre più misere, e di volta in volta si difendevano posizioni di sconfitta, prossime a nuove e maggiori capitolazioni.
Un movimento che si muove per la difesa di un’esistente sempre peggiore, per la paura di un futuro ancora peggiore, è destinato ad andare incontro ad una capitolazione su ogni fronte.
Così nella scuola, per troppi anni vuote parole (aula autogestita…) hanno mascherato la mancanza di un’analisi politica che mettesse in primo piano i processi reali in corso. Anno dopo anno accettavamo che sulla scuola pubblica venisse messa una vera e propria tassa; anno dopo anno, in nome dell’offerta formativa questa tassa aumentava e aumentava, fino a quando, realizzato un sistema misto pubblico e privato , i governi hanno iniziato a chiudere il rubinetto. E le famiglie mettevano mano al portafoglio, sempre di più; e le scuole iniziavano ad usare quei soldi non più per il corso di teatro o di fotografia, ma per il funzionamento didattico, per pagare i supplenti, per mantenere, in definitiva, la scuola in piedi. E i contributi aumentavano, in meno di dieci anni del 300%, ma nessuno si accorgeva di cosa stava succedendo. “Una pizza al mese in più” questo il tenore dell’aumento annuo, come prontamente dicevano nelle segreterie delle scuole.
Ma dietro quella pizza, apparentemente innocua e anche interessante (chi può criticare l’offerta formativa?) si nascondeva un progetto a medio, lungo termine, che oggi finalmente appare chiaro a tutti. Come la marmellata aiuta a far ingoiare la pillola amara, così l’apertura al territorio, una scuola più moderna e innovativa e altri fattori di questo tipo, hanno svolto la funzione di mascherare il progetto reale, e la somministrazione del medicinale è passata per ben altra via…!
LA DISMISSIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA PASSA ANCHE PER TE, attraverso un comportamento apparentemente encomiabile, come pagare il contributo. Allora forse è il caso di incominciare a dire che NOI IL CONTRIBUTO NON LO PAGHIAMO! Perché se questo strumento è il perno con il quale i governi hanno aperto una falla nella scuola pubblica, siamo ancora in tempo a richiuderla.
Ed ecco che già li vediamo i “signori benpensanti” che ci dicono: “Ma in questo modo fate il gioco di chi vuole la distruzione della scuola pubblica” o anche “così li aiuterete”.
È passata nella società questa cultura secondo cui di fatto bisogna accettare ciò che viene dato e cercare al massimo di ridurne gli effetti. Noi vogliamo scardinare questa logica perdente.
Nessuno si accorge di quello che succede proprio perché da brave formichine, noi ne attutiamo gli effetti e non solo: con questo comportamento si aiuta a diluire gli effetti di queste politiche nel tempo, con il risultato che mentre un cambiamento repentino genera resistenza e da vigore alle forze che vi si oppongono, un cambiamento lento, lieve, a piccoli passi, appare naturale ed inevitabile, nonché poco dannoso. Ma il risultato è proprio quello che vogliono i governi.
Attuare politiche sul lungo periodo senza che nessuno se ne accorga, senza generare resistenze, facendo passare tutto per naturale. In questo modo il giorno in cui si dichiarerà ufficialmente chiusa l’era della scuola pubblica, non ci resterà che prenderne atto, sapendo che le forze di resistenza sono state anestetizzate nel tempo.
La stessa cosa succede nella diversa ottica dei lavoratori, anche nella scuola. Accettare una classe smezzata nella propria, a dispetto di ogni legge e misura di sicurezza per gli studenti, maschera la riduzione degli organici. Se ci fossero i supplenti ed i soldi per pagarli, le classi non andrebbero smezzate, eppure quante volte succede? Accettare di fronte a continui tagli di organico di sobbarcarsi il lavoro che sarebbe spettato ad un nuovo assunto, ma che non ci sarà, perché i concorsi sono bloccati, se apparentemente può sembrare un modo non rigido per garantire comunque un servizio, a lungo andare va dritto nella direzione dello smantellamento del servizio pubblico, quale che esso sia. Non parliamo di quante volte con accordi calpestri i sindacati confederali hanno accettato logiche di questo tipo o simili…
Ma proprio sulla questione dell’edilizia vogliamo che sia segnato un nuovo punto di lotta e che esso sia legato indissolubilmente alle lotte dei lavoratori. La sicurezza sui posti di lavoro e sui luoghi di studio per la scuola, è connessa anch’essa alla questione del taglio degli organici.
Le classi a 30 studenti, prodotto dell’aumento del numero degli studenti a fronte della diminuzione delle classi, causa tagli o mancate assunzioni tra i docenti, sono la riprova di come studenti e lavoratori dovranno intavolare percorsi comuni di discussione e lotta a partire dalle scuole stesse.
Sull’edilizia i risultati ottenuti in questi anni sono scarsissimi e noi non abbiamo intenzione di replicare solamente i soliti cortei degli anni precedenti. È necessaria una campagna forte per mettere l’opinione pubblica al corrente di quanto avviene. Per farlo servono gesti forti. Noi proponiamo il BLOCCO DEGLI EDIFICI FUORI LEGGE, attraverso picchetti, lucchetti, perché si parli del numero impressionante di scuole che non rispettano le norme sulla sicurezza, grazie anche alle politiche di riduzione degli organici e delle classi.
Una grande battaglia culturale dovrà poi essere condotta sulla questione del “merito”. Dietro questa parola si sono nascoste le peggiori politiche di selezione di classe in questi anni. La politica del “rigore”, inaugurata da Fioroni e completata dalla Gelmini, ottenendo l’appoggio di centrodestra e centrosinistra, ha ottenuto il solo successo di incrementare il livello di selezione nelle scuole.
Il lato peggiore della faccenda è l’enfasi per il merito che si è diffusa largamente nella società.
Questa enfasi trova spiegazione nella richiesta di qualità che si ha specie nei confronti della politica; le persone, anche le migliori, ritengono che possa esistere un criterio effettivo di meritocrazia mediante cui accedere ad una serie di incarichi, spesso occupati oggettivamente in modo assolutamente immeritato.
Ma questo “merito” che si confonde con un’idea astratta di giustizia, non ha nulla a che fare con la situazione reale nella quale vengono inseriti i ragionamenti sul merito. Come si può parlare di merito e rigore quando uno studente che può permetterselo si compra un diploma in una scuola privata mentre uno studente che ha difficoltà a scuola, che sconta l’assenza di corsi di ripetizione adeguati, che paga centinaia di euro di ripetizioni, se non può permettersi tutto questo è costretto a lasciare scuola? I dati della nostra inchiesta sui libri e sui contributi scolastici dimostrano scientificamente che nella scelta di studenti e famiglie il fattore economico svolge un ruolo preponderante. Se i licei diminuiscono ed aumentano tecnici e professionali sarà mica perché i secondi hanno costi minori e soprattutto un’aspettativa di spesa inferiore, uscendo con la possibilità di andare subito a lavorare senza sostenere i costi dell’università?
SE QUESTO E’ IL MERITO ALLORA VOGLIAMO IL 6 POLITICO. L’abbiamo detto per provocazione, coscienti che una simile proposta è fuori dal contesto storico attuale.
Ma una provocazione che vuole risuonare come un richiamo a tutti ed in particolare ai professori, perché qualche bocciatura di troppo nelle scuole – magari incoraggiata da un preside che non vede l’ora di vedere il nome della sua scuola come una della più difficili della città – produce l’abbandono scolastico di uno studente, che sarà destinato ad un presente fatto di lavoro nero e sfruttamento e ad un futuro di insicurezza e precarietà, senza diritti e senza possibilità.
I dati parlano chiaro: uno studente su tre non raggiunge il diploma; il secondo dato più alto d’Europa.
Anche all’università la cultura del “merito” con i test d’ingresso ha trovato la sua diffusione ovunque, col risultato che l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi europei per tasso di mobilità sociale.
Il figlio del medico fa il medico, il figlio del dipendente e della casalinga fa il precario.
Per questo abbiamo lanciato la provocazione dei manifesti affissi all’università UNO SU MILLE CE LA FA, E’ SEMPRE IL FIGLIO DI PAPA’ non per rimarcare sugli scandali di raccomandazioni ed esami facili, pur presenti, ma che rappresentano solo il dato degenerativo del sistema. Ma proprio perché per il prodotto delle politiche sulla scuola e sull’università solo chi ha alle spalle una famiglia in grado di permettersi una lunga e importante spesa economica può ambire ad alcuni tipi di professioni. Cosa c’entra questo con il merito?
La proposta di trasformare il criterio di assegnazione delle borse si studio dal reddito al merito, esprime perfettamente il perpetrarsi di questa politica. Per anni le borse di studio hanno rappresentato la possibilità di accedere ad un livello di istruzione e quindi ad un futuro migliore di quello che le condizioni sociali permettevano. Oggi si torna preoccupantemente indietro su questo terreno.
Un ultimo risultato della politica del “merito” è l’emersione di un livello intollerabile di individualismo e competizione, anche tra studenti, che sta lentamente spezzando quelli che erano i vincoli di solidarietà che almeno a questa età ci tenevano uniti. Si cerca di inculcare fin da giovani quella logica competitiva che ha spezzato i vincoli di solidarietà tra i lavoratori.
Così il nemico da combattere non è più che ci sta sopra, il padrone come si diceva una volta, ma il mio vicino, perché è da lui che mi devo guardare e possibilmente è lui che devo fregare per avere una promozione o un aumento di stipendio.
Per non parlare dell’immigrato che è quello che standomi appena sotto è sempre pronto a rubarmi il posto di lavoro. NOI VOGLIAMO SPEZZARE LE CATENE DELLA COMPETIZIONE E RIAFFERMARE UN VINCOLO DI SOLIDARIETA’ TRA PARI.
Per questo i primi a costruire un’alternativa saremo proprio noi studenti; ma non all’interno di quello che ci è messo a disposizione dal sistema, ma al di fuori, per iniziare a creare in piccolo quegli elementi di cambiamento per cui lottiamo.
Il blocco dei contributi provocherà certamente una grande attenzione sulla scuola e se tutti lo assumeranno come parola d’ordine provocherà effettivamente lo smascheramento delle politiche in atto. Ma noi dovremo caricarci anche dei risultati nel breve periodo, con scuole che non riusciranno a mandare avanti attività importanti come i corsi di recupero.
LANCIAMO UN APPELLO A INSEGNANTI, STUDENTI UNIVERSITRI E MEDI perché INSIEME SI COSTRUISCANO LUOGHI IN CUI A PREZZI POPOLARI SIANO DATE RIPETIZIONI AGLI STUDENTI CHE NE HANNO NECESSITA’ , aprire sedi a questi progetti, per iniziare a rinsaldare quel vincolo di SOLIDARIETA’ che senza accorgercene ci stanno togliendo. Da questo potrà partire un nuovo modo di intendere l’UNITA’, per una lotta che torni ad essere unitaria, combattuta fianco a fianco con il nostro più prossimo vicino, perché STUDENTI E LAVORATORI, tornino a combattere insieme UNITI.
Rivolgiamo quindi un appello a tutti i collettivi, le organizzazioni studentesche gli studenti medi ed universitari per la costruzione comune del 15 ottobre, avvio di un lungo percorso di mobilitazione nella scuola e non solo.
LA LOTTA E’ UNITARIA!
LA LOTTA E’ SENZA TREGUA!
Collettivo Senza Tregua
Decreto salva precari : emanati ulteriori chiarimenti ministeriali

Sul decreto salva precari riportiamo una nota di Cisl scuola:
Il MIUR, attraverso la nota 8709 del 28.9.2010, chiarisce che l’art. 2, punto 1, del decreto 68/10 – nel disporre l’esclusione dagli elenchi prioritari di coloro che nell’a.s. 2010/11 rinuncino ad una supplenza conferita per orario intero in base alla graduatoria ad esaurimento della provincia di appartenenza o dalle correlate graduatorie di circolo/istituto – intende, ovviamente, che la rinuncia alle supplenze attribuite riguardi i periodi almeno sino al 30 giugno.
Le rinunce effettuate dagli aspiranti per supplenze conferite dalle graduatorie d’istituto ad orario intero ma per periodi inferiori non danno luogo all’esclusione dagli elenchi prioritari.
Cisl scuola interviene ancora sugli scatti di anzianità di settembre

Scatti anzianità settembre: comunicato della Segreteria Nazionale CISL Scuola
Ora che lo scatto di settembre è stato regolarmente pagato, viene fuori che si tratterebbe di un atto dovuto, di un fatto scontato, di un adempimento che non sarebbe mai stato messo in discussione. Naturalmente chi fa oggi, con tanta sicumera, queste affermazioni, si è ben guardato dal farle prima, per tranquillizzare quanti attendevano, in un clima di diffusa e crescente preoccupazione, di vedersi riconoscere un passaggio di classe fortemente a rischio, essendo maturato in buona parte nel corso del 2010.
Erano preoccupazioni infondate? A noi sembra proprio di no, e per capire quanto il rischio fosse elevato, niente di meglio che rileggere il decreto 78, che al comma 23 dell’art. 9 testualmente recita: “Gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti”.
Sullo scatto stipendiale previsto per settembre incidono, ovviamente, i mesi che vanno da gennaio ad agosto del 2010. Poiché nel frattempo erano intervenute decisioni di uffici periferici del MEF tendenti a mettere in discussione su questo presupposto alcuni provvedimenti di ricostruzione di carriera, ci siamo attivati perché, in attesa dell’emanazione del decreto ministeriale che dovrà disciplinare formalmente la materia in base alle intese raggiunte, queste fossero da subito coerentemente rispettate.
Ecco perché abbiamo registrato con soddisfazione – noi e non solo noi – l’avvenuto riconoscimento delle nuove posizioni stipendiali, eventualità che non era di per sé scontata.
Ora attendiamo di essere convocati dal Ministro, com’è prescritto che avvenga, prima dell’emanazione del decreto; il pagamento dello scatto di settembre consente di avviare il confronto nel modo giusto, verso una soluzione cercata e ottenuta con iniziative che ci hanno visti protagonisti insieme ad altri (anche alla Gilda, se la memoria non ci inganna, che ha voluto dare allora il suo contributo di presenza).
Comunque vada, appena ci sarà il decreto non mancheranno quelli che lo giudicheranno una soluzione parziale e insufficiente. Saranno quasi certamente gli stessi che oggi strepitano perché il decreto non c’è ancora.
Chi vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto ha sempre e in ogni caso argomenti su cui far leva. Così va il mondo.
Per noi vale la solita vecchia regola: chi sa e può fare di più e di meglio, lo faccia, saremo i primi ad esserne contenti. Purché ci si misuri su risultati concreti, non su parole in libertà.

