Scuola: commento di Adida in merito alla nota 8 maggio 2012

May 11, 2012 by admin · Leave a Comment
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Con una nota diffusa in Data 8 maggio 2012 il MIUR ha comunicato la propria volontà a voler permettere l’accesso diretto a percorsi abilitanti riservati a tutti quei docenti laureati “ma sprovvisti del relativo titolo abilitante” in possesso di un’anzianità di servizio per lo meno triennale , corrispondente a 36 mesi di servizio, ossia a 1080gg.

Recita il comunicato: ”la procedura  per i docenti con 36 mesi di servizio sarà costituita da un percorso formativo e da un esame da sostenere e superare per conseguire l’abilitazione. Tale procedura fa eccezione alla logica programmatoria cui è improntato il TFA disciplinato dal D.M. n.249 ma cerca di dare risposta all’esigenza di regolarizzare la situazione di migliaia di persone che hanno permesso negli ultimi anni alle scuole statali e paritarie di funzionare nonostante l’assenza di abilitati. Ove si trascurasse questa emergenza, potremmo incorrere, oltre che in un aggravamento della presenza di non abilitati nella scuola, in probabili sentenze di condanna dell’Amministrazione a dare attuazione al D. Leg.vo 9/11/2007 n. 206 che, in esecuzione della direttiva comunitaria 2005/36 CE, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, fa discendere il riconoscimento dell’abilitazione anche all’effettivo svolgimento dell’attività professionale per almeno tre anni sul territorio dello Stato membro in cui è stato conseguito o riconosciuto il titolo di laurea, previo apposito percorso di abilitazione“.


Nonostante questa “rassicurazione”, i TFA, sostanzialmente andranno avanti, “indipendentemente dal diverso percorso abilitante previsto per i docenti con 36 mesi di servizio, laureati ma senza il possesso della prescritta abilitazione”. Previsto? E da quando?! Solo sabato, per la prima volta dal Ministro Profumo è arrivata una dichiarazione non ufficiale, in cui si accennava qualcosa, ma, viste le dichiarazioni dei mesi precedenti, sempre diverse, parlare di previsione sembrava, almeno fino a ieri, azzardato.

Eppure è arrivata, inaspettata, dimostrando che al MIUR, invece di valorizzare la figura dell´insegnante come il cardine su cui ruota la trasmissione dei saperi, si parla di precariato, di “non abilitati”, di “aggravamento” e di contenziosi, solo per la paura di una condanna da parte dei Tribunali, come se nulla fosse. Ma in questo non possiamo che trovare il conforto di aver scelto anche la strada dei ricorsi ai Tribunali della Repubblica per chiedere il rispetto della normativa esistente per i precari di III fascia, attraverso quelle sentenze che, come paventa il MIUR stesso, non tarderanno ad arrivare.
E già sulle “probabili sentenze di condanna dell´Amministrazione”, come la nota chiaramente recita, conviene spendere qualche parola: non siamo forse di fronte ad una ammissione di responsabilità? Non stiamo forse leggendo, tutti, che il MIUR sta dichiarando pubblicamente che, nel recente come nel lontano passato, ha utilizzato docenti (perché tali siamo!) per ricoprire incarichi nella scuola, e che dall´esperienza professionale maturata non si può prescindere, in virtù di una Direttiva europea che non ha trovato finora posto se non nelle rivendicazioni “politiche” e ” legali” proposte da Adida in questi due ultimi anni? Non sta forse ribadendo la fondatezza di tutte le richieste avanzate fino ad ora da Adida?
Era ora! Il MIUR ha trovato il coraggio di ammettere che “migliaia di persone [...] hanno permesso negli ultimi anni alle scuole statali e paritarie di funzionare nonostante l´assenza di “abilitati”. Quindi, il MIUR, le scuole paritarie, e le amministrazioni locali con i Centri di Formazione Professionale, si sono avvalsi dei docenti di III fascia vista “l´assenza di abilitati”. Finalmente un´altra ammissione, nonostante qualcuno, tra i politici e i Dirigenti del MIUR, abbiano a volte tentato di richiamare una certa “fortuità” ed “eccezionalità” nel fatto che i precari di III fascia avessero tanto servizio alle spalle.
Adida, sola e spesso bersagliata da ogni parte, determinata nella difesa dei diritti di questa categoria è stata la prima, e per molto tempo l’unica, ad appellarsi e a diffondere i principi normativi adesso evocati dal MIUR. In oltre due anni e mezzo di attività, inoltre,
In poco più di due anni e mezzo di attività, attraverso un’opera certosina di studio e analisi, ha evidenziato il quadro normativo e le principali violazioni operate dall’amministrazione nei confronti dei docenti precari di III fascia. Ha inoltre più volte ribadito l’esigenza strutturale dei precari di III fascia nelle scuole italiane e, contestualmente, ha denunciato la passata carenza di effettive possibilità, da parte loro, di conseguire o vedersi riconosciuti l´”ambito titolo di abilitati”, a causa di una gestione disomogenea e discriminante delle Scuole di specializzazione e della mancata valorizzazione dei titoli e del servizio.
E qui subentra imperante un´altra dichiarazione disarmante, per la sua “ingenuità”: “ove si trascurasse questa emergenza, potremmo incorrere, oltre che in un aggravamento della presenza di non abilitati nella scuola”! Impossibile non gridare allo scandalo se si mette questa affermazione a confronto con la “logica programmatoria” sostenuta vigorosamente dal MIUR. Come potrebbe aggravarsi una situazione che, a detta dell´Amministrazione, ha bisogno di una programmazione rigida e ristretta, perché, sempre secondo quanto  contenuto nel D.M. n.249, si DEVE tener conto dell´effettiva esigenza di personale per definire i numeri dei TFA? E infine, se il MIUR ritiene di dover “regolarizzare la situazione” non è forse perché tale situazione regolare non è, esattamente come Adida sostiene da tempo?
E in ultimo, una chicca: “abilitarsi, dunque, non significa diritto al posto e quindi non significa neppure aggravio della spesa pubblica”. Formidabile! Anche in questo il MIUR dà forza alle rivendicazioni di Adida, che dalle audizioni parlamentari del 2010 ad oggi, ha perso metaforicamente la funzionalità delle corde vocali nel sostenere che non era possibile confondere la formazione, un diritto costituzionale di tutti i cittadini, insegnanti compresi, con il reclutamento, le cui esigenza di regolamentazione non è mai stata messa in discussione se non quando si fosse configurata, come in molti casi anche a danno dei precari di III fascia, un evidente sfruttamento, in barba delle Direttive comunitarie (precisamente la Direttiva 1999/70/CE del Consiglio) e delle Leggi nazionali a riguardo, sotto gli occhi persino dei sindacati che avrebbero dovuto insorgere.
Ultima in ordine di tempo è la Legge 04.11.2010 n° 183 , G.U. 09.11.2010, dove all´ARTICOLO 13, comma due si legge che: “le pubbliche amministrazioni, per motivate esigenze organizzative, risultanti dai documenti di programmazione previsti all’articolo 6, possono utilizzare in assegnazione temporanea, con le modalità previste dai rispettivi ordinamenti, personale di altre amministrazioni per un periodo non superiore a tre anni”. Legge recente, è vero, ma che suggella quel percorso di civiltà che l´Italia ha solo teoricamente compiuto nella direzione della tutela del principale diritto dei propri cittadini: il lavoro.
A questo proposito, vale la pena di spendere altre due parole, visto il richiamo ai “36 mesi di servizio” contenuto nella nota, sorprendentemente accompagnato dalle le gravi ammissioni del MIUR già commentate finora: trentasei mesi di servizio, nella scuola, dove è necessario ricordare vige la “stagionalità” dei contratti, sono un parametro che istituisce un ordine di grandezza che non concorda né con la durata dell´anno scolastico, né con il sistema che lo stesso MIUR adotta per l´attribuzione del punteggio relativo ad un anno di servizio. Se consideriamo che, nei mesi estivi, i docenti precari non sono coperti da contratto, nella più ottimistica previsione, per arrivare a maturare 36 mesi di servizio, di anni di docenza ce ne vorrebbero almeno quattro, considerando i contratti “annuali” da settembre a giugno. Come recita l´art. 11, co. 14, l. 124/99, infatti, «il servizio di insegnamento non di ruolo prestato a decorrere dall´anno scolastico 1974-1975 è considerato come anno scolastico intero se ha avuto la durata di almeno 180 giorni oppure se il servizio sia stato prestato ininterrottamente dal 1° febbraio fino al termine delle operazioni di scrutinio finale», con conseguente irrilevanza della distinzione, ai fini del calcolo dell´anzianità di servizio, tra supplenza annuale e supplenza fino alla cessazione dell´attività didattica.
E poi questi fatidici trentasei mesi, utili (come abbiamo prima ricordato) persino per ambire alla stabilizzazione, nei disegni del MIUR servirebbero ad ottenere un semplice “pezzo di carta”, nonostante la citata Direttiva europea 36/2005 preveda che tre anni di esperienza professionale siano assimilati a un TITOLO DI FORMAZIONE, soprattutto se, come nel caso dei docenti di III fascia secondo quanto stabilito dai loro contratti di assunzione, abbiano svolto la professione in modo effettivo e legittimo. In mancanza di nuove regole per il reclutamento, invece, il MIUR “mette le mani avanti” e non perde occasione di ricordare che l´abilitazione che questi docenti con pluriennale esperienza conseguirebbero servirà solo a partecipare a concorsi ai quali, per altro, se banditi, potrebbero già partecipare in quanto ritenuti dalla vigente normativa “possessori di titoli validi all´insegnamento”. Un Grande passo in avanti, dunque!
Eppure, il MIUR, applicando correttamente la Direttiva europea, non ha faticato a rispettarla per tutti quei docenti europei che, avvalendosene legittimamente, hanno richiesto ed ottenuto sulla base di Decreti emessi anche in questi ultimi mesi, gli stessi mesi in cui i docenti di III fascia hanno dovuto lottare persino per il riconoscimento dell´”ambito” status di precari, e, senza uno specifico titolo di abilitazione, con titoli di studio identici a quelli dei docenti italiani, si sono visti “abilitare” con la formula di ammissione secondo cui “l’esperienza professionale” posseduta dagli interessati “ne integra e completa la formazione”, principio applicato a docenti non italiani (provenienti da paesi come la Grecia, la Polonia, la Bulgaria, la Romania, la Spagna, ecc.) anche con esperienza professionale di soli dodici mesi nel proprio Paese.
Incomprensibile agli occhi dei precari di III fascia, quindi, ipotizzare le ragioni di un accanimento senza precedenti nella storia italiana, quello che il MIUR sta riservando loro, pur essendosi trovato costretto a riconoscerne l’esistenza e il valore, evidente quando si “prevede” di fissare un parametro forzato e privo di corrispondenza in una realtà scolastica provata, per stessa ammissione del Ministero, dall’esistenza di un´”emergenza” da non trascurare e di cui auspica una “normalizzazione”.
E in conclusione la considerazione secondo cui, dopo anni di utilizzo dei docenti di III fascia, come si evince chiaramente da questa nota “chiarificatrice”, ancora non è passato un concetto: un anno scolastico di docenza è ben oltre rispetto ad un anno di tirocinio sotto la guida di un tutor, quanto a responsabilità, mansioni, ruolo, status, oneri, ecc. I docenti di III fascia, non sono “saliti in cattedra” ma sono stati nominati sulla base di graduatorie istituite dal sulla base di Decreti del MIUR, che ne hanno valutato i titoli e il servizio. Sulla base dei contratti stipulati, poi, questi insegnanti si sono assunti tutte le loro responsabilità, civili quanto penali, nei confronti dell´Amministrazione, delle istituzioni scolastiche presso cui hanno lavorato, degli alunni, i minori che sono stati a loro affidati, anche al di fuori delle mura scolastiche.

Attendiamo, allora, questa “profetica” opportunità, dispensata con l´”evidente” volontà di appianare un annoso problema, ed intanto, non sapendo né come né quando una norma conforme alle premesse fin qui analizzate, districandoci a fatica in un ginepraio di dichiarazioni contraddittorie, dovremo pagare dai 100 euro in su per sostenere i test preselettivi di accesso ai TFA, dal quale attualmente nessuna norma esonera! Al di la delle dichiarazioni rese dal MIUR infatti, non si sa ne “se”, ne “come”, ne “quando”, tali intenti verranno attuati.
Chissà che al MIUR, qualcuno, nel frattempo, non si renda presto conto che c´è qualche “dettaglio” da rivedere!
L´associazione Adida

Legge Aprea: incostituzionale e illegale! – di Marcella Raiola

April 7, 2012 by admin · Leave a Comment
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Di fronte alla minaccia costituita dalla Legge Aprea (chiamata diretta dai presidi), ho sollecitato il presidente della Repubblica, non perché confidi in un suo intervento, ma per metterlo di fronte all’incongruenza dei suoi atti, dal momento che ha celebrato fino a ieri l’unità di una nazione che, con la “balcanizzazione” che si sta preparando in campo didattico e pedagogico-culturale, diventerà un lontano ricordo in pochi anni…
Se condividete, inviate anche voi messaggi di contenuto analogo, in modo da “fare massa critica”, anche in vista della manifestazione di protesta che si terrà a Milano il 21 aprile prossimo. GRAZIE!!
Marcella


Presidente,

altre volte, insieme a molti colleghi, ho sollecitato una Sua risposta istituzionale congrua rispetto allo smantellamento doloso ed esiziale della Scuola Pubblica Statale, garanzia di perequazione e mobilità sociale, presidio di democrazia e unità nazionale, feconda fucina di pensiero critico, plurale e prospettico. Se i precedenti messaggi si qualificavano come appelli, il presente intende essere, invece, una denuncia vera e propria, cui, se ancora valgono qualcosa gli ordinamenti della Repubblica e la Costituzione, non potrà non seguire un Suo immediato e severo intervento dissuasore e ammonitore, che blocchi subito il percorso scelleratamente intrapreso da quelli che in altri tempi sarebbero stati definiti senz’altro, con enfasi roboante ma non impropria, “nemici della Patria”.

Parlo dell’illegale proposta di Riforma degli organi di autogoverno della Scuola avanzata dal Sottosegretario Aprea (PdL 953) e del PdL 146 della Regione Lombardia, la cui ricezione e la cui estensione al territorio nazionale sancirebbero la morte della libertà di insegnamento contemplata dalla nostra Costituzione e la “balcanizzazione” della Scuola italiana. Tali provvedimenti, infatti, prevedono la riduzione di ciascuna scuola ad un’azienda dotata di un proprio statuto, aperta a privati e associazioni con facoltà di redigere programmi e di fornire indirizzi didattici, una scuola in cui dòmini il pensiero unico, imposto da un dirigente che avrebbe facoltà di assumere e licenziare, su base clientelare o a partire da contiguità ideologiche preventivamente accertate, i docenti ora reclutati su base di merito e in modo trasparente attraverso quelle Graduatorie in cui la sottoscritta, insieme a migliaia di colleghi, staziona da più di un decennio, prestando servizio con passione e spirito di dedizione in condizioni di ingiusta e mortificante precarietà e senza alcuna speranza di pervenire ad una stabilizzazione che, con tale mutamento strutturale, diverrà utopia.

Ma non solo delle nostre vite si tratta. Qui sono in gioco, infatti, la libertà del pensiero (la libertà tout-court), la dialettica culturale, il diritto al dissenso democraticamente espresso, la dinamica irrinunciabile del confronto, la solidarietà civile, la parità, la tenuta stessa dell’unità della Nazione, che abbiamo celebrato con tanta enfasi fino a ieri, e di cui nulla resterebbe, una volta polverizzata la scuola, una volta che fossero regionalizzati i programmi, personalizzate o modellate su esigenze corporative le istanze formative, territorializzate le scelte pedagogiche e condizionato il diritto allo studio, per il quale tanti giovani stanno ancora lottando, all’ubbidienza cieca e ottusa a dettami che né i docenti né gli studenti contribuirebbero più a statuire concordemente e collegialmente.

Questo disegno perverso e chiaramente ispirato al totalitarismo fascista, assolutamente incompatibile con la legalità e la Costituzione, annulla la sacrosanta libertà di insegnamento, umilia la professione docente e ignora puerilmente e stoltamente il “prius” e il “proprium” della “produttività” scolastica; ignora, cioè, che la Scuola è un Bene Comune, non riducibile alle logiche del mercato né amministrabile in base alle regole per esso vigenti, regole che la crisi ha peraltro palesato come fallimentari e che necessitano, anzi, anche per i settori in cui sono state selvaggiamente applicate, di una riflessione e revisione seria.

La Scuola serve a formare cittadini consapevoli; serve, come icasticamente ha scritto Erri de Luca, “a dare peso a chi non ne ha”, a “permettere, tra le sue mura, il pari”. La Scuola non serve a sfornare schiavi ricattabili e facilmente manipolabili. Io ho sempre spiegato ai miei alunni che il momento in cui la Legge è stata messa per iscritto ha rappresentato un avanzamento inequivocabile per la parte più debole delle società, perché dall’arbitrio del singolo amministratore della giustizia, sodale o esponente della classe dominante, si passava ad un sistema di regole valide per tutti, certe, con pretese di “oggettività”… Che razza di principio giuridico attuano delle leggi che, invece di rendere tendenzialmente imparziale ed equa la relazione tra i cittadini, tendono, invece, a sostituire il diritto col favore, la dimostrazione con la repressione, l’argomentazione razionale e dignitosa col capriccio o il pregiudizio di un “padrone”?

Non c’è bisogno di possedere le Sue altissime competenze per capire che siamo di fronte ad una inaccettabile e barbarica violenza perpetrata contro il concetto stesso di Legge e di Diritto per il tramite di un attacco mortale alla Scuola, che della Legge è il baluardo, perché insegna a definirla, a riconoscerla, a rispettarla. Quanto la regione Lombardia sta proponendo pionieristicamente è un attentato alla Nazione perché ne denega e snatura l’Istituzione cardinale, il più alto e vitale contrassegno della sua civiltà!

Presidente, noi precari e docenti della Scuola Pubblica “dedimus grande patientiae documentum”, in quanto abbiamo visto, con il passato governo, “quid ultimum in libertate esset”. Ci eviterà, Ella, l’intollerabile oltraggio di arrivare a vedere anche “quid ultimum in servitute”?

Marcella Raiola

Gli studenti replicano a Draghi e scrivono a Berlusconi

September 30, 2011 by admin · Leave a Comment
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Sulle colonne del Corriere della Sera, ieri mattina è stata resa nota la misteriosa lettera di Draghi e Trichet, che dalla BCE hanno dettato la linea al governo Berlusconi. Due studenti della Rete della Conoscenza, giustamente risentiti di come due personaggi, privi di alcun mandato popolare, abbiano più potere del parlamento italiano e di centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza da anni.

La lettera rilancia le mobilitazioni degli studenti del 7 ottobre e la grande manifestazione nazionale a Roma prevista per il 15 ottobre, giornata internazionale lanciata dagli indignati spagnoli.

La lettera è visibile a questo link sul sito della Rete della Conoscenza (www.retedellaconoscenza.it )

Rete della Conoscenza

Prigionieri dell’avverbio “ormai” – di Marcella Raiola

August 4, 2011 by admin · Leave a Comment
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Da postulanti impotenti a proponenti consapevoli: una legge di iniziativa popolare per rifondare gli statuti e ridefinire le finalità della scuola pubblica.

 di Marcella Raiola

In un suo recente ed apprezzato intervento, una prof.ssa del liceo “Da Vinci” di Genova ha delineato efficacemente le dinamiche della scuola-azienda e il pervertimento di valori e ruoli prodotto dalla mercificazione del sapere e dall’estensione indebita delle logiche del mercato ai processi di formazione. La scuola pubblica, unica istituzione ad essere vantaggiosamente “inattuale”, socialmente riequilibrante e strutturalmente o tendenzialmente immune dal morbo della compravendita, del semplicismo liquidatorio e dell’esibizionismo arrivista, ha sempre costituito un problema per le classi dirigenti, che di sperequazione economico-sociale si nutrono e che grazie all’abdicazione conoscitiva e, quindi, all’acritico consenso, riescono a perpetuare il loro potere.

I mutamenti cui la scuola è andata incontro sono legati a doppio filo ai mutamenti sociali, e questo è innegabile; però io sento di poter dire, per averlo sperimentato di persona in modo anche abbastanza grottesco, che spesso la scuola ha anticipato le pretese delle famiglie, o, peggio, le ha precostituite, autorappresentandosi come servizio scadente, fallibile e contestabile, alimentando fino al parossismo la psicosi del ricorso e favorendo l’insorgere di un clima conflittuale prima che vi fosse o addirittura senza che vi fosse alcuna volontà di ritorsione da parte delle famiglie stesse!Molti dei dirigenti scolastici che ho conosciuto, infatti, hanno spesso usato l’arma ricattatoria della “denuncia” e del “ricorso” da parte dei genitori come spauracchio per neutralizzare la collegialità e l’autonomia valutativa e didattica dei docenti, nonché per indurre i docenti a svolgere mansioni non previste (vigilanza, per esempio!) e prima inusitate per l’insegnante, anello debole della catena, anche dal punto di vista sindacale, diffamato e screditato più del funzionario e del bidello, perché più pericoloso a livello politico e ideologico.

Insomma: la scuola, in nome del risparmio “virtuoso” e per accreditare il risparmio come unica virtù, ha insegnato ai genitori l’arte di delegittimarla, anzi, di delegittimare l’unica sua componente che, per motivi professionali, etici e civici rilutta ad adattarsi all’ignobile nuovo corso: quella dei docenti. Non a caso, sono i docenti che lamentano da tempo i dànni paideutici e sociali prodotti da questa metamorfosi; sono i docenti, oggetto di demonizzazioni interessate, diffamazioni acrimoniose e indecenti vessazioni, a scendere in piazza sistematicamente, non solo per rivendicare il diritto al lavoro negato o scippato, ma anche quella dignità e libertà di azione che consenta a loro e ai ragazzi di vivere in modo autentico e pulito, senza prevaricazioni e senza alibi di comodo, l’esperienza complessa e necessariamente non indolore della formazione e della crescita, nell’interesse di tutta la comunità.

Assai meno numerose, invece, sono le denunce e le voci che si sono levate dai dirigenti, allettati dalla possibilità di fregiarsi della lusinghiera e ambita qualifica di “manager”, quasi unanimemente organici al potere e per nulla reattivi, neppure di fronte alle censure fasciste e ai dispotici provvedimenti disciplinari minacciati o fatti scattare contro i pochi presidi apertamente “dissenzienti” dalla brutta caricatura di regime che è al potere in questo momento e che vi rimarrà chissà fino a quando, stante la totale acquiescenza delle colluse “opposizioni” e la pavidità degli organi istituzionali di controllo, inutilmente sollecitati a mettere fine ad uno sconcio che ha travolto il paese e ne ha stravolto la facies politica e culturale. Queste considerazioni conducono all’amaro riconoscimento dell’esistenza di un fronte interno di lotta, che rende più complicata e meno compatta la reazione della scuola alle inaccettabili brutalizzazioni e banalizzazioni moralistiche di un ministro mai come in questa legislatura inetto, impreparato ed eterodiretto. Ecco perché chi scrive propone che si smetta di considerare come “dato” e “rato” l’andazzo della scuola del terzo millennio, e come ormai “passati” e irreversibili l’assetto e l’idea della scuola-azienda, con tutte le loro esiziali conseguenze.

Se è possibile legiferare contro una norma di civiltà (testamento biologico) chiesta e voluta dal 70% degli italiani; se è possibile vanificare gli sforzi di anni e anni di campagne di sensibilizzazione, affossando con protervia esecrabile una legge contro l’omofobia, allora dev’essere contemplata anche la radicalità di una proposta che inverta processi intrapresi e rivelatisi fallimentari. Come per l’omofobia, dunque, relativamente alla quale Stefano Rodotà ha già postulato l’esigenza di redigere una proposta di legge dal basso che si imponga al Parlamento con la forza dell’adesione morale e civile di milioni di italiani, così è necessario stilare un articolato di legge popolare che, azzerando la visione bassamente mercantilistica e utilitaristica invalsa, ridefinisca in modo inequivoco le funzioni e la specificità operativa della scuola pubblica, bene comune non suscettibile di soggiacere alle logiche e fluttuazioni del mercato, modellando e calibrando sui presupposti teorici che tutti evochiamo nelle nostre sdegnate denunce l’organizzazione, gli obiettivi, gli investimenti, le finalità e i margini di discrezionalità o di intervento dei suoi operatori, che vanno selezionati in modo univoco e severo e stabilizzati per tempo.

Tale rifondazione statutaria potrà assicurare finalmente ai giovani una formazione seria e lo sviluppo di una coscienza civile che trovi riscontro dialettico nella società e non appaia più, invece, ai loro occhi, come una capziosa petizione di principio o uno sterile esercizio di vuota retorica. Una legge popolare, dunque, da sostenere con forza, che riconsegni all’intelletto e alla ricerca inesausta e comune i suoi spazi liberi e non ipotecabili; una legge che restituisca la scuola ai docenti, i docenti agli studenti, gli studenti alla società, la società a se stessa. Non è utopia. Non è vagheggiamento anacronistico. E’ il frutto plausibile e dolce di un convincimento da maturare in fretta. Magari cominciando a non usare più l’avverbio “ormai”.

Marcella Ràiola

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