Scuola: commento di Adida in merito alla nota 8 maggio 2012

Non sei ancora fan di Scuola Magazine su Facebook? Clicca MI PIACE e diffondi fra i tuoi contatti!
Con una nota diffusa in Data 8 maggio 2012 il MIUR ha comunicato la propria volontà a voler permettere l’accesso diretto a percorsi abilitanti riservati a tutti quei docenti laureati “ma sprovvisti del relativo titolo abilitante” in possesso di un’anzianità di servizio per lo meno triennale , corrispondente a 36 mesi di servizio, ossia a 1080gg.
Nonostante questa “rassicurazione”, i TFA, sostanzialmente andranno avanti
, “indipendentemente dal diverso percorso abilitante previsto per i docenti con 36 mesi di servizio, laureati ma senza il possesso della prescritta abilitazione”. Previsto? E da quando?! Solo sabato, per la prima volta dal Ministro Profumo è arrivata una dichiarazione non ufficiale, in cui si accennava qualcosa, ma, viste le dichiarazioni dei mesi precedenti, sempre diverse, parlare di previsione sembrava, almeno fino a ieri, azzardato.Legge Aprea: incostituzionale e illegale! – di Marcella Raiola

Di fronte alla minaccia costituita dalla Legge Aprea (chiamata diretta dai presidi), ho sollecitato il presidente della Repubblica, non perché confidi in un suo intervento, ma per metterlo di fronte all’incongruenza dei suoi atti, dal momento che ha celebrato fino a ieri l’unità di una nazione che, con la “balcanizzazione” che si sta preparando in campo didattico e pedagogico-culturale, diventerà un lontano ricordo in pochi anni…
Se condividete, inviate anche voi messaggi di contenuto analogo, in modo da “fare massa critica”, anche in vista della manifestazione di protesta che si terrà a Milano il 21 aprile prossimo. GRAZIE!!
Marcella
Presidente,
altre volte, insieme a molti colleghi, ho sollecitato una Sua risposta istituzionale congrua rispetto allo smantellamento doloso ed esiziale della Scuola Pubblica Statale, garanzia di perequazione e mobilità sociale, presidio di democrazia e unità nazionale, feconda fucina di pensiero critico, plurale e prospettico. Se i precedenti messaggi si qualificavano come appelli, il presente intende essere, invece, una denuncia vera e propria, cui, se ancora valgono qualcosa gli ordinamenti della Repubblica e la Costituzione, non potrà non seguire un Suo immediato e severo intervento dissuasore e ammonitore, che blocchi subito il percorso scelleratamente intrapreso da quelli che in altri tempi sarebbero stati definiti senz’altro, con enfasi roboante ma non impropria, “nemici della Patria”.
Parlo dell’illegale proposta di Riforma degli organi di autogoverno della Scuola avanzata dal Sottosegretario Aprea (PdL 953) e del PdL 146 della Regione Lombardia, la cui ricezione e la cui estensione al territorio nazionale sancirebbero la morte della libertà di insegnamento contemplata dalla nostra Costituzione e la “balcanizzazione” della Scuola italiana. Tali provvedimenti, infatti, prevedono la riduzione di ciascuna scuola ad un’azienda dotata di un proprio statuto, aperta a privati e associazioni con facoltà di redigere programmi e di fornire indirizzi didattici, una scuola in cui dòmini il pensiero unico, imposto da un dirigente che avrebbe facoltà di assumere e licenziare, su base clientelare o a partire da contiguità ideologiche preventivamente accertate, i docenti ora reclutati su base di merito e in modo trasparente attraverso quelle Graduatorie in cui la sottoscritta, insieme a migliaia di colleghi, staziona da più di un decennio, prestando servizio con passione e spirito di dedizione in condizioni di ingiusta e mortificante precarietà e senza alcuna speranza di pervenire ad una stabilizzazione che, con tale mutamento strutturale, diverrà utopia.
Ma non solo delle nostre vite si tratta. Qui sono in gioco, infatti, la libertà del pensiero (la libertà tout-court), la dialettica culturale, il diritto al dissenso democraticamente espresso, la dinamica irrinunciabile del confronto, la solidarietà civile, la parità, la tenuta stessa dell’unità della Nazione, che abbiamo celebrato con tanta enfasi fino a ieri, e di cui nulla resterebbe, una volta polverizzata la scuola, una volta che fossero regionalizzati i programmi, personalizzate o modellate su esigenze corporative le istanze formative, territorializzate le scelte pedagogiche e condizionato il diritto allo studio, per il quale tanti giovani stanno ancora lottando, all’ubbidienza cieca e ottusa a dettami che né i docenti né gli studenti contribuirebbero più a statuire concordemente e collegialmente.
Questo disegno perverso e chiaramente ispirato al totalitarismo fascista, assolutamente incompatibile con la legalità e la Costituzione, annulla la sacrosanta libertà di insegnamento, umilia la professione docente e ignora puerilmente e stoltamente il “prius” e il “proprium” della “produttività” scolastica; ignora, cioè, che la Scuola è un Bene Comune, non riducibile alle logiche del mercato né amministrabile in base alle regole per esso vigenti, regole che la crisi ha peraltro palesato come fallimentari e che necessitano, anzi, anche per i settori in cui sono state selvaggiamente applicate, di una riflessione e revisione seria.
La Scuola serve a formare cittadini consapevoli; serve, come icasticamente ha scritto Erri de Luca, “a dare peso a chi non ne ha”, a “permettere, tra le sue mura, il pari”. La Scuola non serve a sfornare schiavi ricattabili e facilmente manipolabili. Io ho sempre spiegato ai miei alunni che il momento in cui la Legge è stata messa per iscritto ha rappresentato un avanzamento inequivocabile per la parte più debole delle società, perché dall’arbitrio del singolo amministratore della giustizia, sodale o esponente della classe dominante, si passava ad un sistema di regole valide per tutti, certe, con pretese di “oggettività”… Che razza di principio giuridico attuano delle leggi che, invece di rendere tendenzialmente imparziale ed equa la relazione tra i cittadini, tendono, invece, a sostituire il diritto col favore, la dimostrazione con la repressione, l’argomentazione razionale e dignitosa col capriccio o il pregiudizio di un “padrone”?
Non c’è bisogno di possedere le Sue altissime competenze per capire che siamo di fronte ad una inaccettabile e barbarica violenza perpetrata contro il concetto stesso di Legge e di Diritto per il tramite di un attacco mortale alla Scuola, che della Legge è il baluardo, perché insegna a definirla, a riconoscerla, a rispettarla. Quanto la regione Lombardia sta proponendo pionieristicamente è un attentato alla Nazione perché ne denega e snatura l’Istituzione cardinale, il più alto e vitale contrassegno della sua civiltà!
Presidente, noi precari e docenti della Scuola Pubblica “dedimus grande patientiae documentum”, in quanto abbiamo visto, con il passato governo, “quid ultimum in libertate esset”. Ci eviterà, Ella, l’intollerabile oltraggio di arrivare a vedere anche “quid ultimum in servitute”?
Marcella Raiola
Gli studenti replicano a Draghi e scrivono a Berlusconi

Sulle colonne del Corriere della Sera, ieri mattina è stata resa nota la misteriosa lettera di Draghi e Trichet, che dalla BCE hanno dettato la linea al governo Berlusconi. Due studenti della Rete della Conoscenza, giustamente risentiti di come due personaggi, privi di alcun mandato popolare, abbiano più potere del parlamento italiano e di centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza da anni.
La lettera rilancia le mobilitazioni degli studenti del 7 ottobre e la grande manifestazione nazionale a Roma prevista per il 15 ottobre, giornata internazionale lanciata dagli indignati spagnoli.
La lettera è visibile a questo link sul sito della Rete della Conoscenza (www.retedellaconoscenza.it )
Rete della Conoscenza
Prigionieri dell’avverbio “ormai” – di Marcella Raiola

Da postulanti impotenti a proponenti consapevoli: una legge di iniziativa popolare per rifondare gli statuti e ridefinire le finalità della scuola pubblica.
di Marcella Raiola
In un suo recente ed apprezzato intervento, una prof.ssa del liceo “Da Vinci” di Genova ha delineato efficacemente le dinamiche della scuola-azienda e il pervertimento di valori e ruoli prodotto dalla mercificazione del sapere e dall’estensione indebita delle logiche del mercato ai processi di formazione. La scuola pubblica, unica istituzione ad essere vantaggiosamente “inattuale”, socialmente riequilibrante e strutturalmente o tendenzialmente immune dal morbo della compravendita, del semplicismo liquidatorio e dell’esibizionismo arrivista, ha sempre costituito un problema per le classi dirigenti, che di sperequazione economico-sociale si nutrono e che grazie all’abdicazione conoscitiva e, quindi, all’acritico consenso, riescono a perpetuare il loro potere.
I mutamenti cui la scuola è andata incontro sono legati a doppio filo ai mutamenti sociali, e questo è innegabile; però io sento di poter dire, per averlo sperimentato di persona in modo anche abbastanza grottesco, che spesso la scuola ha anticipato le pretese delle famiglie, o, peggio, le ha precostituite, autorappresentandosi come servizio scadente, fallibile e contestabile, alimentando fino al parossismo la psicosi del ricorso e favorendo l’insorgere di un clima conflittuale prima che vi fosse o addirittura senza che vi fosse alcuna volontà di ritorsione da parte delle famiglie stesse!Molti dei dirigenti scolastici che ho conosciuto, infatti, hanno spesso usato l’arma ricattatoria della “denuncia” e del “ricorso” da parte dei genitori come spauracchio per neutralizzare la collegialità e l’autonomia valutativa e didattica dei docenti, nonché per indurre i docenti a svolgere mansioni non previste (vigilanza, per esempio!) e prima inusitate per l’insegnante, anello debole della catena, anche dal punto di vista sindacale, diffamato e screditato più del funzionario e del bidello, perché più pericoloso a livello politico e ideologico.
Insomma: la scuola, in nome del risparmio “virtuoso” e per accreditare il risparmio come unica virtù, ha insegnato ai genitori l’arte di delegittimarla, anzi, di delegittimare l’unica sua componente che, per motivi professionali, etici e civici rilutta ad adattarsi all’ignobile nuovo corso: quella dei docenti. Non a caso, sono i docenti che lamentano da tempo i dànni paideutici e sociali prodotti da questa metamorfosi; sono i docenti, oggetto di demonizzazioni interessate, diffamazioni acrimoniose e indecenti vessazioni, a scendere in piazza sistematicamente, non solo per rivendicare il diritto al lavoro negato o scippato, ma anche quella dignità e libertà di azione che consenta a loro e ai ragazzi di vivere in modo autentico e pulito, senza prevaricazioni e senza alibi di comodo, l’esperienza complessa e necessariamente non indolore della formazione e della crescita, nell’interesse di tutta la comunità.
Assai meno numerose, invece, sono le denunce e le voci che si sono levate dai dirigenti, allettati dalla possibilità di fregiarsi della lusinghiera e ambita qualifica di “manager”, quasi unanimemente organici al potere e per nulla reattivi, neppure di fronte alle censure fasciste e ai dispotici provvedimenti disciplinari minacciati o fatti scattare contro i pochi presidi apertamente “dissenzienti” dalla brutta caricatura di regime che è al potere in questo momento e che vi rimarrà chissà fino a quando, stante la totale acquiescenza delle colluse “opposizioni” e la pavidità degli organi istituzionali di controllo, inutilmente sollecitati a mettere fine ad uno sconcio che ha travolto il paese e ne ha stravolto la facies politica e culturale. Queste considerazioni conducono all’amaro riconoscimento dell’esistenza di un fronte interno di lotta, che rende più complicata e meno compatta la reazione della scuola alle inaccettabili brutalizzazioni e banalizzazioni moralistiche di un ministro mai come in questa legislatura inetto, impreparato ed eterodiretto. Ecco perché chi scrive propone che si smetta di considerare come “dato” e “rato” l’andazzo della scuola del terzo millennio, e come ormai “passati” e irreversibili l’assetto e l’idea della scuola-azienda, con tutte le loro esiziali conseguenze.
Se è possibile legiferare contro una norma di civiltà (testamento biologico) chiesta e voluta dal 70% degli italiani; se è possibile vanificare gli sforzi di anni e anni di campagne di sensibilizzazione, affossando con protervia esecrabile una legge contro l’omofobia, allora dev’essere contemplata anche la radicalità di una proposta che inverta processi intrapresi e rivelatisi fallimentari. Come per l’omofobia, dunque, relativamente alla quale Stefano Rodotà ha già postulato l’esigenza di redigere una proposta di legge dal basso che si imponga al Parlamento con la forza dell’adesione morale e civile di milioni di italiani, così è necessario stilare un articolato di legge popolare che, azzerando la visione bassamente mercantilistica e utilitaristica invalsa, ridefinisca in modo inequivoco le funzioni e la specificità operativa della scuola pubblica, bene comune non suscettibile di soggiacere alle logiche e fluttuazioni del mercato, modellando e calibrando sui presupposti teorici che tutti evochiamo nelle nostre sdegnate denunce l’organizzazione, gli obiettivi, gli investimenti, le finalità e i margini di discrezionalità o di intervento dei suoi operatori, che vanno selezionati in modo univoco e severo e stabilizzati per tempo.
Tale rifondazione statutaria potrà assicurare finalmente ai giovani una formazione seria e lo sviluppo di una coscienza civile che trovi riscontro dialettico nella società e non appaia più, invece, ai loro occhi, come una capziosa petizione di principio o uno sterile esercizio di vuota retorica. Una legge popolare, dunque, da sostenere con forza, che riconsegni all’intelletto e alla ricerca inesausta e comune i suoi spazi liberi e non ipotecabili; una legge che restituisca la scuola ai docenti, i docenti agli studenti, gli studenti alla società, la società a se stessa. Non è utopia. Non è vagheggiamento anacronistico. E’ il frutto plausibile e dolce di un convincimento da maturare in fretta. Magari cominciando a non usare più l’avverbio “ormai”.
Marcella Ràiola
Non sei ancora fan di Scuola Magazine su Facebook? Clicca MI PIACE e diffondi fra i tuoi colleghi!

