La storia siamo noi… Soprattutto ora!

September 2, 2010 by admin · Leave a Comment
Filed under: Interventi 

Appello di Marcella Raiola a tutti i fatalisti, deterministi e rassegnati, perché non tradiscano la loro vocazione e la loro professione di “fede” nella Scuola.

CARISSIMI COLLEGHI (includo Ata, Collaboratori etc. etc., ovviamente, perché la scuola si regge grazie allo sforzo di TUTTI quelli che vi lavorano con devozione)… noi pallosissimi insegnanti del liceo classico, spesso sottoponiamo agli alunni testi da tradurre che contengono quelle che noi gli insegnamo a chiamare “parenèsi”, cioè discorsi di esortazione, di incitazione, specie alla lotta. Gli facciamo anche leggere classici in cui si trovano questi discorsi, che spesso sono esaltanti, se attualizzati, come quello di Calgaco, nell’Agricola di Tacito, che ispirò il movimento del ’68 (Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: dove fanno il deserto, lo chiamano “portare la pace”… Chi non ricorda questo famoso slogan antimperialista?), oppure come il discorso contenuto nella lettera di Mitridate, re del Ponto, ad Arsace, nelle Historiae di Sallustio, dove Mitridate, CONVINTO di poter BATTERE i Romani (che all’epoca non parevano affatto imbattibili e che spesso hanno vinto con il denaro e la corruzione, non col valore militare!) chiama i Romani “raptores orbis”, predatori, stupratori del mondo intero (vd. l’inglese “rape”)…
Noi facciamo notare agli alunni la climax, il tricolon… Ma è difficile scrivere un discorso “parenetico”, per noi, specie se le truppe sono demoralizzate, stanche, esasperate e confuse.
E tuttavia, bisogna farlo!
Amici, a nessuno sfugge che il moltiplicarsi di iniziative estemporanee ma “estreme”, come gli scioperi della fame condotti dai colleghi palermitani, livornesi, milanesi, beneventani, ha catalizzato dei processi e polarizzato l’attenzione degli “altri” sul pianeta scuola. Il sussulto di dignità che la scuola ha avuto sta facendo breccia nel sentire comune e sta demolendo gli stereotipi diffamatòri creati e diffusi dal governo per poter poi “tagliare” la testa al personale scolastico in una misura mai contemplata.
Gli occhi espressivi e fissi di Giacomo e lo sdegno di Caterina, in sciopero della fame a Montecitorio, in una piazza “di potere” al momento presidiata dal popolo, occupata dal popolo, pretesa dal popolo, che del potere deve essere il detentore consapevole e culturalmente avanzato, sono andati anche al di là della denuncia relativa alla scuola: hanno risvegliato le coscienze narcotizzate, esortando gli spettatori a ridiventare cittadini, a dire parole, a pensare pensieri critici, a sputare sullo schifo indicibile che ci sommerge, a cacciare i mercanti dal tempio delle istituzioni.
Prodi vinse il suo confronto televisivo contro Berlusconi perché disse una parola che non fa parte del gergo politico, ma che la politica dovrebbe avere in fondo ad ogni suo percorso e progetto. La parola era: FELICITA’. Noi l’abbiamo dimenticata. Abbiamo solidarietà, gioia dello stare insieme nella disperazione e nell’analisi lucida delle nostre condizioni, letizia nell’apprendere di un successo, sorriso di incoraggiamento, ma non proviamo più la felicità. Prodi perse il suo potere perché trascurò la felicità promessa e si dispose a contare banconote, a far quadrare i bilanci, deludendo le aspettative dei suoi elettori sul fronte emotivo e psicologico.

La gente si sentì beffata e corse di nuovo dietro al pericoloso pifferaio che la felicità non la prometteva, ma la incarnava, facendola coincidere, però, col crasso godimento volgare.
Diceva Eraclito: “Se la felicità stesse nei beni materiali, allora dovremmo dire “felici” i buoi quando trovano cicerchie da mangiare!” . I buoi sono sempre nelle nostre mangiatoie. E’ ora di aggiogarli e mandarli ad arare i campi che hanno saccheggiato!
Oggi, altri occhi espressivi ho incontrato, occhi che non conosco ma che ora riconoscerei tra mille, occhi che brillavano e brillano di determinazione. Ero andata all’assemblea dei precari, presso la solita sede, con la solita prospettiva di ritrovarmi assieme ad altre 10-15 persone al massimo a discutere del da farsi, a deprecare, a esecrare e deplorare. A un tratto, mi sono ritrovata all’altro capo della fila di sedie. Ho fatto spazio ad una, un’altra, un altro e un altro ancora. Entravano da sconosciuti, ma si guardavano e ci guardavano come se fosse la millesima volta che entravano. Non sono servite presentazioni né preamboli.
Mentre i coordinatori parlavano a tutti, in una sala mai così gremita, e ascoltavano le proposte di tutti, mi è venuto in mente un brano di una famosa canzone di De Gregori, che dice: “E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare; quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare; ed è per questo che la storia dà i brividi: perché nessuno la può fermare”…
Un brivido mi ha veramente percorso, perché la gente davvero sa dove andare, quando comincia a capire che E’ la Storia, che FA la Storia, che PUO’ SCRIVERE la Storia.
E’ retorica? Scusate…, ma noi che insegnamo??? RETORICA, ARTE DEL DIRE, ARTE DEL COMMUOVERE E PERSUADERE, ARTE DEL RIUTILIZZARE FUNZIONALMENTE PAROLE GIA’ DETTE PER DARE DIGNITA’ AL NUOVO O PER DESTITUIRLO DI FONDAMENTO!! Noi che la spieghiamo, cerchiamo, allora, di somatizzarne i valori!
NON CE NE FREGA NULLA SE VINCEREMO O PERDEREMO: LOTTARE E’, OLTRE CHE UN IMPERATIVO ETICO, UN OBBLIGATO PASSAGGIO PEDAGOGICO E DIDATTICO: Come entreremo, se mai entreremo più, in una classe, come potremo autodefinirci, se la nostra faccia non sarà associabile ad un solo slogan, ad una piazza, ad una lotta? Con che legittimità spiegheremo la parenèsi ai ragazzi, se non ci saremo mai fatti sedurre dalle sue sirene? Chi crederà alla nostra buona fede, alla nostra autenticità?
Mitridate ha perso, ma al potere c’era Pompeo, c’era la Res publica romana, c’era il mos, c’era la Politica. Il nostro nemico non è un Cesare magnanimo, uno Statista: è uno squallido fenomeno da baraccone, uno spettro che rifugge dalla luce proiettata dalla cittadinanza attiva.
Non pensiamo a cosa faranno “loro”, a come ci risponderanno, a cosa “ci faranno”; pensiamo a cosa fare, a come rispondere, a cosa gli faremo. Cominciamo a scrivere la storia. Le sconfitte sono le cose più feconde, per la storia. Tutti quelli che hanno scritto la storia sono stati uccisi, sono stati apparentemente sconfitti, ma hanno cambiato qualcosa, spesso tutto…
Nei prossimi giorni, da domani all’8 settembre, la Storia la scriveremo davanti ai provveditorati e in piazza a Roma. Una storia piccola piccola, che può diventare, però, nei libri del domani, un modello di resistenza per generazioni che non intendano “cascarci” più.

TUTTI IN STRADA A MANIFESTARE!

Marcella Raiola

Liceo classico

March 9, 2010 by admin · Leave a Comment
Filed under: Dizionario della scuola 

Il liceo classico è una delle scuole superiori a cui si può accedere in Italia al termine della scuola secondaria di primo grado.

Istituito nel 1859 con la legge Casati, sul modello della tradizione scolastica umanistica preunitaria, è stato fino al 1923 – anno della riforma Gentile – l’unico liceo dell’ordinamento scolastico italiano – se si eccettua la circoscritta ed estemporanea esperienza del liceo moderno (1908-1923), istituito in sole otto città e poi confluito nel liceo scientifico. A lungo il liceo classico ha goduto di una posizione privilegiata all’interno dell’ordinamento scolastico italiano: la riforma Gentile, che non ne alterava il precedente impianto complessivo, ma anzi ne accentuava l’aspetto umanistico, lo poneva al vertice degli indirizzi secondari, poiché ai soli diplomati da questo liceo era concessa la libera iscrizione in qualsiasi facoltà universitaria; a causa di questo primato gerarchico previsto dalla legge, caduto solo nel 1969, e a causa inoltre di un generale conservatorismo della società italiana in ambito scolastico, il liceo classico ha a lungo accolto gli studenti delle classi più istruite o abbienti, e tuttora viene frequentato da un’utenza analoga (anche se ormai mantiene molti meno iscritti del liceo scientifico, cui è riconosciuta socialmente una pari dignità).

Ancora oggi il liceo classico gode della fama di scuola altamente formativa, ed è uno degli ultimi indirizzi scolastici europei dove viene obbligatoriamente impartito l’insegnamento delle lingue e letterature classiche.

I giovedì del professor Buzio, racconto di di Luciano Rossi

January 5, 2010 by admin · Leave a Comment
Filed under: Racconti sulla scuola 

Al Liceo Classico Carlo Alberto di Novara,negli anni ’50,il professor Buzio, traduttore di Esiodo e di Saffo, era docente di greco. Le sue lezioni erano così ricche d’informazioni,aneddotiche e storiche,che le regole della complessa grammatica passavano nella nostra mente senza che ci accorgessimo.Non sorrideva mai, almeno visibilmente ma neppure aveva mai espressioni corrucciate o annoiate. Non appena entrava in classe il silenzio era assoluto. A noi ragazzi dava del Lei. Nell’anno della maturità ci comunicò che per dieci giovedì avrebbe proposto un compito in classe straordinario.Li avrebbe corretti tutti ma non avrebbe dato il voto. Neppure eravamo obbligati alla presenza in un pomeriggio libero dall’orario scolastico. Ovviamente nessuno di noi osò disertare quell’appuntamento in cui la nostra traduzione occupava una facciata ed i suoi commenti a volte le altre tre, in una calligrafia nitida e sottile.

Quell’ultimo giovedì mi fermò mentre uscivo prima del termine: “Ha scritto a lungo. Non consegna la traduzione?”.

“Non sono riuscito ad entrare in quel brano, professore”.

“Mi può dare ugualmente ciò che ha scritto? Non è obbligato, ovviamente “.

Esitai. “E’…una lettera a Saffo”. Porsi il foglio di protocollo e rimasi in piedi. La predella era così alta che col mento sfioravo il piano della cattedra. Lui si mise a leggere. La sua voce era appena un sussurro per non disturbare i compagni che, a testa bassa, tentavano di uscire dal labirinto misterioso del testo di quel giovedì.

<>. Il Professore alzò gli occhi e mi osservò in silenzio per qualche secondo:

“Ne deduco che Lei è un giovane drammaturgo ed anche attore. Non solo: Lei è anche in corrispondenza con Saffo e la poetessa talora Le risponde. E’ così?”

Feci un cenno d’assenso. Il Professore lesse un lungo tratto in silenzio. Poi m’invitò a salire al suo fianco: “Bello questo intervento di Saffo”, e riprese la lettura sottovoce: <
>.

“Lei ribatte: <>… Non posso che essere d’accordo con Lei “.

Quando ebbe terminata la lettura mi guardò al di sopra delle lenti rettangolari.

“Non credo che Lei avrà problemi all’esame di maturità, almeno all’orale e se l’esaminatrice…sarà una dolce Collega, ma provi comunque a tradurre il brano di oggi. L’esame, come sa, prevede anche la versione scritta dal greco ed escludo che possa essere di Saffo che scriveva nel dolcissimo dialetto eolico, più difficile del testo che Lei non ha voluto tradurrei. Auguri!”

Non mi rimase che rispondere al sorriso del professore.

All’esame presi 8 ! L’esaminatrice era una dolce e giovane signora…

LUCIANO ROSSI

Nato a Novara, vive in Italia nell’area milanese. Ingegnere, dirigente d’azienda, docente di manager ed in master universitari, ha un’esperienza mondiale della sua professione. L’attività di scrittore e di ‘narrautore’ è intensa: racconti, articoli e reportage, opere teatrali e ‘concerti’ di suoi testi con corali polifoniche e con solisti. Tiene conferenze e letture in università, centri culturali ed in trasmissioni radiotelevisive. In vent’anni ha pubblicato otto opere di narrativa, quattro raccolte di poesia, opere in CD e DVD ed oltre cento racconti su mensili e settimanali. Negli ultimi cinque anni ha vinto quaranta primi premi di narrativa, poesia e teatro in Italia, in Francia, a New York ed a Melbourne.Collabora ad incontri e corsi di letteratura e di poesia al Centro Asteria di Milano.


Generazione a scuola, racconto di Giuseppe Acciaro

January 5, 2010 by admin · Leave a Comment
Filed under: Racconti sulla scuola 

Mio nonno mi parlava spesso di come fossero severi i suoi professori durante gli anni del liceo classico. Erano particolarmente esigenti durante le interrogazioni e le versioni in lingua latina e naturalmente anche riguardo l’apprendimento dell’Italiano. Quando raccontava mio nonno non usava un tono nostalgico, tutt’altro. Avvertivo del rammarico, ma lui non ha mai chiarito questa mia impressione, per una giovinezza trascorsa ampiamente sui libri di scuola.

Mio padre, invece, seguita a rievocare i giorni in cui partecipava alle assemblee e quando interveniva per dire la sua opinione su una scuola che doveva cambiare, sui professori inadeguati, su quanto stava avvenendo nella società. Era il periodo delle grosse crisi personali nei confronti dell’istituzione scolastica. Gli studi venivano abbandonati non tanto per delle pressanti questioni economiche sorte in un nucleo familiare, ma per problemi legati alle insoddisfazioni degli scolari, a delle aspettative frustrate.

Ed Io? Mi trovo in una specie di limbo…Ogni tanto avverto un tentativo di riproporre vecchi metodi di insegnamento, mentre certe riforme, se attuate, porterebbero in altre direzioni, verso nuovi orizzonti da esplorare e da definire, con tutti i rischi del caso. Vi sono, forse, troppe dispense e rimpiango quei tomi corposi e consistenti che utilizzavano mio nonno e mio padre. C’è un eccessivo frazionamento nell’ambito della stesa materia, come se bisognasse studiarla in tante sezioni, difficilmente unificabili. Anche ora la società sta cambiando, ma mi sfuggono il modo e le finalità. Prendo a volte dei bei voti, ma non riesco a rendermi bene conto se sono portato in un certo campo o meno.

Mio nonno, invece, lo sapeva perfettamente.


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