In attesa della Messia – di Marcella Raiola

L’attacco odioso alla scuola (i docenti sono in larga misura donne) e quello ritornante, ossessivo, eterno quanto l’antropologico odio maschile, al diritto di aborto, formalizzato dal papa in modo tale da dipingere come delle minorate mentali vittime di plagio ideologico quelle stesse donne consapevoli, mature, fortissime, colte (indipendentemente dai titoli conseguiti), suore e attrici, studentesse e scienziate, casalinghe e dottoresse, che la settimana scorsa hanno riempito le piazze d’Italia per costringere “papi”, papa e immarcescibili padroni a riconoscere che il paese reale, a differenza della sua classe dirigente, è uscito da tempo dal medioevo e pretende di essere governato conformemente al suo grado di sviluppo culturale, sono stati concordi e concomitanti. Non è un caso. Non deve soprendere. Ma non deve neppure sfuggire.
Vaticano e lenoni governativi costituiscono un solo blocco, una sola casta che le donne, precipuamente, stanno destabilizzando e de facto destrutturando, sostituendo gradatamente ai suoi violenti e gerarchizzanti princìpi un ordine nuovo, una nuova etica, un nuovo modus agendi, un rinnovato lessico socio-giuridico e relazionale.
Hanno paura. Hanno paura come non mai, perché hanno capito che da questo travaglio, doloroso e tormentato come il parto di un’immigrata, in quest’Italia spersa e dimentica di sé, potrebbe nascere non la solita cricca di falsi interpreti e rappresentanti di un popolo tradito da tutti e da sempre, non un’altra gattopardesca consorteria di “soci in affari” bravi a mascherare i loro condivisi interessi dietro la retorica e le liturgie del governo “democratico”, ma un sovvertimento totale dei presupposti, delle precondizioni e delle finalità del governare e dell’associarsi, del rapportarsi e del comunicare.
Tale temutissimo rovesciamento capitale è incarnato in primis dalle donne, da quelle donne pronte a mettere la loro immensa capacità di lavoro e la loro abnegazione al servizio del paese, donne stanche di essere emarginate nonostante titoli e comprovate capacità, stanche di essere discriminate nonostante la Costituzione e le tutele, solo sbandierate, stanche di fare da dotte segretarie di potenti e mediocrissimi viziosi che girano il mondo a spese di una collettività allo stremo, a sua volta resa sensibile, stavolta, dalla disillusione e dalla nausea bipartisan, ad una proposta di cambiamento radicale, alla sperimentazione di una formula ariosa, che spazzi via il “marcio” che tutto ha sommerso: le sagrestie deturpate dagli stupratori in tonaca, che tanti credenti hanno traumatizzato, le televisioni, che, come serve impaurite, censurano in diretta chi dice la verità per evitare le frustate del padrone, le stanze dei palazzi del popolo “sovrano”, ridotte a fetidi e sordidi bordelli, i luoghi del potere decentrato, della politica locale, da cui, di fronte a cumuli di munnezza materiale e morale, promanano menzogne volte a mantenere la gente in un perenne carnevale, un paese dei balocchi finto e squallido alla fine del quale arriva la trasformazione dei baccheggianti in altrettanti asini.
Le donne sono più inclini ad essere assolutamente alternative a tutto ciò. Le donne sono naturaliter eversive perché le donne raccontano le storie, senza stancarsi. A tutti i nuovi nati le donne raccontano che fine ha fatto Lucignolo, quanto sia pericoloso l’untuoso omino di burro, quanto sia temerario ma bello rifiutare la coccarda da “primo della scuola” conferita da uno sciocco e pedante maestro del nulla e partire per il Paese dei balocchi, e quanto, dopo aver sperimentato il vuoto dell’egoismo e del nonsenso, l’etica del lavoro e del rispetto possa riscattare chi è tornato da un inferno mascherato da paradiso.
Prima della manifestazione del 13 “Se non ora, quando?”, è stata proposta la sostituzione delle identità dei nostri profili facebook con l’identità di donne “eminenti” in ogni campo, esemplari in qualche misura, in qualche tempo, in qualche modo. C’è chi si è rifiutato, interpretando tale selezione come una concessione ulteriore al maschilismo, disposto paternalisticamente a “riconoscere” qualche rara mosca bianca nella generalità delle creature per il resto ritenute comunque “inferiori”; c’è chi ha indicato se stessa o il genere tutto in lotta contro il continuo assalto ai diritti umani elementari. Io ho scelto Sharazade, che si salva la vita e educa all’amore, al dialogo, all’apertura all’altro-da-sé attraverso le storie, l’illustrazione del “campionario dei destini umani” (Calvino).
Ora, però, mi viene in mente un’altra grandissima donna, una donna di fronte a cui Ratzinger tremerebbe. Era una contadina analfabeta; si chiamava Agatuzza Messìa. Agatuzza era una narratrice straordinaria di storie. Calvino, che di quelle storie è andato in cerca (tra le fiabe italiane da lui raccolte in tre volumi, le più numerose e belle sono quelle di Sicilia; subito dopo c’è il corpus toscano-pistoiese, che non eguaglia in bellezza quello siciliano), imbattendosi spesso in Agatuzza, dice che questa donna raccoglieva le generazioni attorno ai focolari e raccontava col corpo e la lingua storie in cui le suggestioni arabe e la popolana vena siciliana si fondevano felicemente. Sua specialità era l’esatta riproduzione dei linguaggi settoriali, le lingue dei mestieri che vedeva fare o faceva lei stessa… Ecco: da Sharazade ad Agatuzza, la forza delle donne passa, come un testimone, per il racconto, per quelle storie che sono relative, molteplici, varie, antropologiche, archetipiche, “formative”, psicagogiche.
Non è un caso che le storie, terreno delle donne, siano state a lungo relegate nella sfera del “prelogico”, del primitivo, dell’irrazionale, da una cultura monopolizzata dal falso scientismo maschile! Nella scuola pubblica, in casa, per le strade, le donne e gli uomini buoni raccontano storie, intrecciano storie, immettono in un rutilante caleidoscopio di riflessioni ed emozioni degne dell’umano sentire quelle fantasie giovani e fresche che altri vorrebbero accendere solo col cibo, l’alcool e qualche coito imbestiante e volgare.
La rivoluzione non si fa solo nelle piazze. Esistono rivoluzioni silenziose, “psichiche”, che non sono meno ribaltanti di quelle di cui si vede, purtroppo, il sangue. Forse anche in Italia la rivoluzione è compiuta. Quel che stiamo vivendo in questi surreali e drammatici giorni lascerà il suo segno, la sua cicatrice profonda di sfiducia totale e di totale rigetto non di un leader o di un altro, ma di un intero sistema di amministrazione e organizzazione del potere, del paese, della società, della comunicazione. Forse, dopo Berlusconi, dopo Bersani, dopo Scilipoti, dopo gli inverecondi silenzi di Bagnasco e Ruini di fronte al malaffare, alla politica del killeraggio, all’indecenza del bunga-bunga, anche da noi “nulla sarà più come prima”, per usare un’usurata espressione, ancora tuttavia efficace.
“Loro” lo presentono, lo fiutano, ne sono terrorizzati. E allora reagiscono in modo scomposto, esagitato ed esagerato: umiliano, calpestano, negano l’evidenza, sciolgono disperatamente i loro segugi prezzolati, i torturatori, i censori immorali, i finti esegeti di parole di cui la gente si è ormai riappropriata, risemantizzandole per sempre, senza più sentirsi in colpa. Anzi, sentendo il dovere morale di farlo.
Forse sono troppo ottimista; forse sono velleitaria; forse mi va di buttare giù una interpretazione “in positivo” delle gravi offese che la parte onesta dell’Italia subisce perché spero che qualcuno possa veramente crederci e, magari, tradurla in proposta politica o diffonderla più convincentemente… Non lo so.
Spero sia vero quel che mi pare, cioè che molti Italiani hanno bisogno di esperti narratori di storie per cambiare storia, che hanno nostalgia delle storie che insegnano e preparano a vivere, delle storie che aiutano a scegliere senza dover vivere mille vite, delle storie che dicono più dei numeri, più dei bilanci, inglobando anch’essi nelle loro trame. Spero, insomma, che siano in tanti quelli che hanno nostalgia o curiosità di ciò che accadeva e potrebbe di nuovo accadere davanti al focolare di Agatuzza.
Marcella Raiola
Mobbing scolastico, di Marcella Raiola

Vorrei diffondere queste riflessioni ispiratemi dal vergognoso episodio di coercizione riferito nel “pezzo” stesso… Credo sia necessario parlare di quanto accade entro le mura scolastiche, dei mutati atteggiamenti dei dirigenti, per capire cosa si intenda quando si parla di “mutamento antropologico” o di “genocidio culturale” indotto dalla mercificazione dei saperi come dei corpi…
Suona alla porta una donna, maestra d’asilo. Siamo sullo stesso pianerottolo. Ha visto me e le mie sorelle crescere. Noi abbiamo visto lei e sua madre invecchiare. Le mancano pochi anni alla pensione e lavora in asili comunali di Napoli. Solo da pochissimo è di ruolo. Donna di fede profonda ma “adulta”, persona schiva ma cordiale, pudìca e discreta in misura tale da lasciare deliziati, in questi tempi di svergognata esposizione di sé a qualunque faro acceso, a qualunque prezzo, mi chiede, con le solite eccessive remore e porgendo troppe scuse, di controllare se sia stato o meno pubblicato un certo avviso che le interessa. Ha problemi a collegarsi ad Internet, in cui da poco ha imparato, profondendo lodevole impegno, a “navigare”.
Mi collego alla pagina del sito indicatomi, ma trovo anch’io delle difficoltà. Forse lo stanno aggiornando. Si siede accanto a me e intanto sopraggiunge mia sorella per gli intimi convenevoli non rituali, sinceri, dopo tanta condivisione di giorni, di funerali nostri e suoi, di malattie, di emergenze, di magnifici pomeriggi di antiche estati senza vacanze, passati sui nostri balconi vicini vicini, a bere orzata e menta, a chiacchierare, a lavorare d’uncinetto (lei era bravissima)…
Mentre traffico con la tastiera, l’amica deplora i tempi; dice che non vede l’ora di andare in pensione. Racconta un episodio accadutole in mattinata e che le era rimasto dentro, con ogni evidenza, come uno stiletto acuminato: il dirigente dell’asilo l’aveva convocata e le aveva proposto la frequenza di un “corsetto” di dodici ore, dico dodici, per conseguire un “titolo” che l’avrebbe abilitata ad assistere bambini con gravi handicap fisici. Ciò allo scopo, ormai prioritario, anzi unicamente perseguito, di risparmiare, e di risparmiare sulla forza-lavoro, sulle menti, sulle persone pronte a dare tutto il meglio, sulla componente più importante della formazione, dunque, come un dissennato consumatore che non rinunci alla borsa Vuitton ma faccia poi tagli di spesa sul cibo o sui libri necessari alla buona e sana crescita dei figli.
La vicina ci dice che lei non ha attitudine a lavorare con bimbi ciechi o affetti da altri mali, perché la cosa la prende al cuore, all’anima, perché non riuscirebbe a non piangere, a non sentirsi umanamente paralizzata.
Riprende il racconto e dice di aver rifiutato l’offerta, debitamente incentivata, perché riteneva che 12 ore non fossero sufficienti ad acquisire strumenti e informazioni utili a rendersi utili a bimbi con gravi problemi. Ed ecco che il dirigente era partito all’attacco: dapprima le aveva detto che altre colleghe, più “coraggiose”, palesemente meno infingarde e pigre di lei e, soprattutto, di lei non meno anziane (che non accampasse la scusa della stanchezza!) avevano accettato con entusiasmo e, quando lei, resistendo, aveva dichiarato che, ferme restando le rispettabili e insindacabili ragioni di ciascuno, a lei non pareva onesto millantare di poter aiutare un bimbo cieco ad orientarsi nel mondo dopo sole 12 ore di corso, il dirigente le aveva detto: “Lei è una FALLITA. Deve considerare questa sua rinuncia come un grave FALLIMENTO umano e professionale”…
Smetto di trafficare alla tastiera; col sangue che mi ribolle guardo la vicina di casa, stravolta e indignata, mentre, sospesa la parola, con volto crucciato e offeso si volge a mia sorella; mia sorella mi rimanda uno sguardo pieno di significati, di rabbia compressa, mentre pronuncia parole di biasimo e loda la vicina per il contegno, la fermezza e la dignità mostrate. La nostra amica, che è sempre stata molto franca e a cui l’età ha portato coraggio ancora maggiore, ci riferisce di aver ribattuto, in ultimo, dicendo: “No, direttore; non mi sento fallita; mi sento ONESTA”.
Ad entrambe scappa un liberatorio e vibrante: “BRAAVAA!”, che però non la consola. Resta lì, a scuotere la testa, con le mani giunte che oscillano davanti al mento in una sorta di preghiera antifrastica… “Come si fa?… Ma come si fa?”
La pagina internet si apre; il documento non c’è. Se ne va scusandosi; l’accompagnamo…
Che differenza c’è tra i procacciatori di puttane sempre fresche per il premier e i dirigenti che applicano una simile squallida strategia per obbligare, piegare, violentare, tramite ricatto morale, intimidazione e umiliazione, gente perbene e coscienziosa? Che differenza c’è tra lo stalker che perseguita la vittima credendosene “padrone” e questi “padroni” della scuola ormai messi in condizione di perseguitare, sbeffeggiare, vilipendere e oltraggiare chi vorrebbe fare il proprio dovere in condizioni dignitose e con serenità?
Da quanto ho dolorosamente udito e appreso, deduco due cose: la prima è che non occorre essere dialetticamente brillanti, politicizzati o appartenenti a enti e sindacati per dire “NO” all’indecenza: basta avere ONESTA’.
La seconda è che i dirigenti si confermano l’anello moralmente debole della catena gerarchica scolastica, i trasformisti più osceni e compiacenti di questa grande tragedia che è la progressiva polverizzazione del sistema di formazione pubblico.
Insultano gli insegnanti che non si piegano alla riconversione coatta, alla mercificazione del sapere e delle competenze, proprio come i procacciatori di prostitute, gli scherani degli “utilizzatori finali” di “escort” insultano chi osi denunciarne la sozzura o ribellarsi alla loro violenza; le pressioni psicologiche adoperate sono esattamente quelle che vediamo applicate dai servi e dai lacché di padroni sordidi e ributtanti nelle trasmissioni in TV: delegittimazione dell’avversario con urla da imbonitori; qualunquismo semplificante spacciato per “popolanità”, per trasparenza; attacco all’autostima dell’interlocutore; isolamento e umiliazione pubblica, collegiale, del “disobbediente”…
Mia sorella mi fa notare che forse questo stesso direttore recitava, fino a qualche anno fa, la parte del pater della familia scolastica allargata, devoluto allo scopo di salvaguardare “valori” che dovevano essere dalla scuola rilanciati in famiglia e in società per “correggere” le deviate impostazioni di entrambe…
Ci interroghiamo tutt’e due sulle cause della vergognosa inversione etica: soldi e potere hanno avuto il potere di modificare così tanto la facies dei dirigenti? Si sono “venduti” perché erano in attesa di un compratore generoso e lo hanno trovato? Si sono riconvertiti perché hanno provato l’ebbrezza dell’esercizio del potere arbitrario, la stolta fierezza di potersi anch’essi definire “manager”, o perché prefigurano la più goduriosa ebbrezza del licenziare a piacimento? Oppure si deve pensare che siano arrivati ai posti di comando solo i mediocri, quelli che hanno “brigato” per uscirsene dalle classi, nelle quali non amavano stare perché i ragazzi fanno troppe domande, per liberarsi del fastidio di dover studiare e analizzarsi per dare risposte ineludibili?
Non riusciamo a rispondere, così come la vicina non riesce a raccapezzarsi del mutamento così profondo di un sistema di cui credeva potessero mutare solo norme estrinseche di logistica e organizzazione, ma non mai finalità etiche, pedagogiche, non mai la “sostanza”, il cuore…
Ripensiamo a quel che ci ha detto la vicina, confidenzialmente, andando via: “Io ho pochi anni ancora davanti, ma mi dispiace pe’ chesti ‘ppovere guagliuncelle che tràseno mo’ “… Anche questo è segno, terribile cicatrice, anzi, dei nostri bui tempi: pensionandi non intristiti dalla loro imminente defunzionalizzazione, che non provano invidia per i giovani che subentrano, ma che li compiangono. Vae victis !
Marcella Raiola
A un’operaia Fiom da un’operaia Miur – di Marcella Raiola

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento della nostra amica e oramai nostra editorialista preferita Marcella Raiola.
Toccata (e molto) dalla vicenda degli operai Mirafiori, domenica notte ho pubblicato su Facebook la nota che vi “incollo” qui sotto. Ebbene: HO RICEVUTO, FINORA, BEN 206 commossi ringraziamenti, molti dei quali da ex operai, operai e figli di operai, che mi hanno detto di essersi sentiti interpretati, amati, capiti… Sono intenerita, consolata e frastornata. Soprattutto, sono felice perché constato che esiste un ALTRO paese, suscettibile di essere coinvolto e convinto dalla Parola,un paese che crede nella solidarietà e nella dignità del Lavoro Umano inteso come progetto esistenziale complessivo e non solo come meccanica riproduzione seriale di oggetti spesso inutili. C’è una ricostruzione “possibile” da gestire. INSIEME.
Grazie!
A UN’OPERAIA FIOM DA UN’OPERAIA MIUR
pubblicata da Marcella Raiola il giorno domenica 16 gennaio 2011 alle ore 3.27
Non so niente della fabbrica. Non so niente dei tornelli che girano quando fuori è notte e nebbia densa come sugna. So di pensiline, di attese lunghe al freddo dell’alba, di trenini che mi portano in un altro scomposto anfratto del Vesuvio, e di umidità che intride le ossa, mentre cammino per strade ancora silenziose e grigie, andando verso un posto con quadri d’ardesia docili al gesso, per scrivere le parole che contano e che hanno contato, per capire come vanno le cose e come sono andate, per decidere se seguire quelli che le hanno cambiate, per stanchezza, violenza o convinzione, o se accettarle così come sono, per egoismo, garanzia di privilegio o viltà.
Non so nulla di olio che cade sulle spalle da una carrozzeria che sovrasta e sghignazza, da un motore che pesa e minaccia, né di frastuono vibrante che introna e rintrona alle tempie come i latrati di Cerbero; non so di puzzo acre di vernici, di braccia che non ne possono più di stare alzate, di bocca impastata, occhi arrossati; so di insulti e calunnie, di delazioni e rabbia, di incomprensione e viltà, di urla e solidarietà, di soddisfazione e piaggeria, di delusione e frustrazione, di disillusione e fiducia malriposta, di sonno traditore che prende sul treno del ritorno e corde vocali che un tempo vibravano per cantare le arie di Zerlina e di Donn’Anna, e che ora a stento producono un suono baritonale e greve.
Non so ancora nulla di controlli occhiuti, di pause pipì, di incentivazioni, compensi e scompensi, di pensiero diffratto, polverizzato, arreso, sotto un casco giallo o blu rigato. So di alienazione e sconforto, di impotenza ineludibile e lungimiranza necessaria. So che sono chiamata e vocata a sperare che quel che faccio serva a tutti e so che tu sei indotta e costretta a sperare che quel che fai serva al maggior numero possibile di noi e di “altri”, anche se tu, quel che fai con le tue mani, non lo compri perché puoi o riesci a farne a meno, o non lo compri perché non puoi permetterti la tua stessa creatura…
Ma il tuo “NO” è stato un corso accelerato di vita di fabbrica. Il tuo “NO” mi ha messo l’elmetto giallo in testa, addosso la tua tuta scura e la tua resistenza; il tuo “NO” ti ha fatto uscire dal telecomando annoiato, dalle pagine di storia snobbata, sorvolata, dalle statistiche e dagli indici di borsa seguiti con insofferenza e indifferenza. Il tuo “NO” è il partito che non mi accolse, la mia formazione politica contratta in monosillabo olofrastico, il mio turno di prova, la mia sirena, la mia mensa, la mia paura, la mia assemblea. Il tuo “NO” ha vinto quello che le parole hanno interesse a vincere: la partita con l’anima di chi legge. E il tuo “NO” è più di uno stilema prezioso, di una definizione liberatoria; il tuo “NO” è più dell’insolente degnazione, della corrispondenza biunivoca, della realizzazione incoativa, della duttile coesistenza di sviluppi, delle parole belle, esaltanti, roboanti, distintive, delle parole sottili ed eleganti che mi fanno sentire padrona del mio destino, padrona del Destino.
Il tuo “NO” è stato l’affresco più bello, il museo dei musei, il capolavoro della galleria, l’altezza squadrata della Mole. Ricca e piena è diventata l’anima, istruita dal tuo “NO”. Ora so di che si parla quando si parla di te; ora so a che si attenta quando ti si impone di dire “SI” o “NO”. Ora so con quanta forza e con quanto sdegno devo dire il mio “NO” ogni volta che verranno ad estorcermi un “SI”. Non sciuperò il tuo “NO” d’acciaio; contaci! Sarà duro anche il mio. Duro come l’ardesia.
14 – 22 Dicembre: dal dissenso al nonsenso – di Marcella Raiola

Il Dicembre di lotta e di frustrate speranze del Coordinamento Precari Scuola di Napoli, tra sgomento e rinnovata solidarietà.
di Marcella Raiola
“Questa è la più bella che abbiamo fatto”… Non ha avuto tentennamenti, la portavoce del Coordinamento dei precari della scuola di Napoli, da noi gratificata dell’appellativo di “capa” con scherzosa reverenza e stima autentica, nel giudicare in questo modo l’ultima manifestazione che abbiamo fatto, il 22 dicembre scorso, mentre al Senato burattini e burattinai, mercanti e mercantesse, vajasse e prostitute, squilibrate leghiste e squadristi in saldo, con la connivenza dei miglioristi qualunquisti e la benedizione di Santa Lobby Ecclesia davano il colpo di grazia alle istanze e alle garanzie egualitaristiche del mondo della formazione e della cultura. Accanto a lei, con un chiastico cartellone in mano, su cui scritto: “Nella conoscenza, la nostra riscossa; la vostra decadenza nella “zona rossa”, dopo aver distribuito girasoli e gerbere da contrapporre ed esibire polemicamente alle dispiegate forze di polizia, non ho parlato, non ho risposto, non ho chiosato, non ho smentito.
Ho gettato, invece, uno sguardo attorno; ho capito che la “capa” si riferiva al numero alto dei partecipanti, alla coesione che finalmente regnava tra diverse categorie, sia pure ancora sottorappresentate, alla determinazione dei piedi sicuri, delle gambe veloci, degli occhi intenti e fissi, accesi dalla memoria di recenti e vili repressioni.
A me non è parsa la più bella. Mi è parsa la più intensa, ma nella direzione di una ultimativa disperazione. Eravamo in tantissimi, è vero. Le camionette della polizia ci hanno sbarrato il passo verso la Piazza del Plebiscito e abbiamo ripiegato sul Beverello morbido e rosato, accogliente e vasto. Nessuno ci ha fermato. La tensione era altissima. Scoppiavano ogni tanto delle “bombe”, botti forti di fine anno, che ci risuonavano nello sterno, ci scuotevano ossa e tendini, mentre il loro fumo piacevolmente acre e incongruamente festoso veniva a solleticare le narici, a evocare una celebrazione. Ma era alla scuola che stavano facendo la festa, alle pari opportunità, all’Università pubblica.
No… non è stata la più bella tra le manifestazioni, perché il senso, il concetto del Bello include necessariamente il respiro della speranza, perché il Bello è legato a doppio filo al creativo, al dinamico, al prospettico, al propositivo. La manifestazione del 22 è stata concentratissima, tesa come una lama, più “cerebrale” delle altre, senz’altro, ma intrisa di terrore, spasmodica, priva di luce, priva di orizzonte. Abbiamo avuto di fronte il mare, a un certo punto, e gli abbiamo dato le spalle come a una pozza sporca. All’apparenza, non ci ha saputo né potuto distrarre dalla nostra nera previsione.
Ventimila studenti, precari, prof. di ruolo, operai, disoccupati, a un certo punto non hanno avuto la forza di scandire più un solo slogan. E non per impreparazione o mancata improvvisazione, ma per allucinazione, per contrazione muscolare, per stordimento, per eccesso di adrenalina o per quell’afasia che prende quando l’enormità del delitto uccide la parola.
Le “trovate” non mancavano. Non era un corteo sciatto, questo no. I liceali esponevano nuovi striscioni con celeberrime frasi tratte da un profetico discorso di Calamandrei, oppure cartelloni molto ben realizzati, recanti gli articoli della Costituzione più calzanti, più violati, più irrinunciabili, fotocopie ingrandite di frasi e parole scritte in corsivo, come a mano, con penna e calamaio, in uno stile “classico”, da studio con scrivania in ebano intagliato, a richiamare la pazienza dell’apprendimento graduale, l’antichità di una tradizione, di una “consegna” dei saperi da non dissipare, da ereditare in modo consapevole, da riconquistare e perpetuare con fierezza e cura amorevole.
Eravamo compresi nel nostro ruolo di “resistenti a tutti i costi” e ad oltranza, ma non c’era nulla di laico nel nostro raduno, nulla di deliberatamente o energicamente perseguito. Straniti, quasi evanidi come i dipinti pompeiani della casa di Loreio Tiburtino, sacerdote di Iside, trepidanti e trepidi, eravamo tutti lì in punta di piedi per un miracolo (nessuno aveva il coraggio di confessarlo al proprio vicino), per l’epifania di una guarigione prodigiosa e meritata dalla dolorosa infezione, dal mutilante cancro che nessuna medicina ci è bastata ad estirpare, ma che s’allarga, anzi, alle parti credute sane o immuni, inducendo noi malati alla follia, al suicidio, all’uso della violenza autolesionistica.
Eravamo lì come il pastore scende in un burrone nero e scosceso a riprendersi la pecora che intimamente sa sfracellata, perché dopo il 14 la piazza è diventata un buco nero che risucchia ogni forza, ogni verità, ogni richiesta, ogni materia; eravamo lì per un collettivo esorcismo, per una carestia di diritti, popolo che fa la danza della pioggia, che compie un rito di massa; eravamo lì, senza più nulla da dare né da perdere, per un atto di fede e non per un’ennesima, razionale, programmata, in-audita, disarmata protesta.
Il nostro esserci DOVEVA bastare, si doveva caricare di un sovrasenso, come quando si saluta qualcuno con lo stesso gesto di sempre, sapendo che però parte per una missione rischiosa o per un lungo viaggio, come quando si fa la solita carezza a un viso noto e caro, ma il viso è cereo e sta per essere calato sotto la terra; il nostro stare lì era ipersemantizzato, come lo è il semplice esserci della folla raccolta, il 19 settembre, nel Duomo, quando l’esser lì insieme deve bastare a squagliare il sangue di S. Gennaro perché chi lo vuole sta lì, in attesa, perché ha bisogno di crederci; eravamo lì come i chierichietti, come i bimbi alla prima comunione, innocenti, confidenti nel Bene, nell’automatica corrispondenza tra buone intenzioni e compenso celeste; il blocco delle auto, quasi tutte silenti e concordi, attonite anch’esse e stanche, l’alzata dei cartelli, lo strascino degli striscioni, bucati ad arte perché il vento non li sollevasse sui volti: tutto quel che di solito viene concepito come “contrassegno simbolico” di una protesta, come prodromo di dialogo o come invito a una revisione, a un recesso, a un pudìco e responsabile passo indietro, il 22 voleva tradurlo in atto, in legge, in realtà, in lieto fine, quel lieto fine che non era arrivato il 14 e a cui tutti pensavamo di avere diritto, dopo una così lunga tristezza.
In fondo, come nel pomeriggio dello stesso giorno 14 mi disse il genitore di un alunno venuto a colloquio, nulla sarebbe cambiato e nulla sarebbe stato sanato, ma sarebbe stato l’ingresso della squadra di pulizia nella stanza dell’orgia, l’inizio della resipiscenza, il cenno della ripresa dal coma collettivo, la forse finta ma utile presa d’atto del grado di ottusità e ignominia raggiunto, il primo passo, il primo sacchetto dell’argine all’esondato fiume di liquami…
Sentivamo d’essere stati scippati di un risultato costruito a fatica, con strenua fatica, e che davamo quasi per scontato, dato il logorio del sordido potere del lenone che appesta le istituzioni, dato il crollo di Pompei, dato lo scherno interessato ma benvenuto e il disgusto tardivo ma benedetto di tanta parte dei loro, finalmente… Sentivamo d’essere stati derubati di un finale atteso, tanto atteso e propiziato che i ragazzi equivocarono i termini e l’annuncio, quando, nella gelidissima piazza del Plebiscito spazzata da un vento che tagliava la faccia, era risuonata la voce pastosa e fasulla di Fini che dalla radio dichiarava “respinta” la mozione (di sfiducia). Fu un momento tragico. Il prof. di greco che debba spiegare cosa sia l’ironia tragica, in classe, potrà citare quel momento, se era lì, al posto della celebre battuta di Edipo, quando si proclama l’uomo più fortunato e benedetto dell’universo, prima della catastrofe prodotta dal disvelarsi della sua orrenda verità.
I ragazzi, infatti, attorno al furgone dotato di stereo e microfono, avendo compreso che era stato respinto lui, il lenone, il trafficante dei diritti, il barattiere, il consigliere fraudolento, il corrotto e corruttore, lo stupratore della Costituzione, mandarono a tutto volume “Ma il cielo è sempre più blu ” e iniziarono a saltare, impazziti di gioia, scoprendo le pance e le schiene, senza avvertire il gelo, mentre noi del Coordinamento, la “capa” con un doloroso e deluso rammarico sul volto, io in lacrime, altri imprecanti e altri ancora per nulla sorpresi, essendo più scaltriti sul piano della strategia politica, facevamo cenno di spegnere con titubante fiacchezza, come se volessimo tradurre in verità l’errore giovanile, perpetuare quella gioia, lasciarcene invadere, illudere ancora un secondo, mentre gridavamo tuttavia: “No, ragazzi… no! “, facendo segno con le mani aggranchite che s’erano sbagliati, che tre Gani, tre Giuda ci avevano tradito, per poco più di trenta denari, che ad essere “respinta” era stata la nostra ultima speranza…
Le femministe dell’Udi, che avevano predisposto l’urna contenente le schede in cui le donne avevano motivato la loro richiesta di dimissioni di Berlusconi, pronte a consegnarle in Prefettura con una pubblica cerimonia annunciata, mi si erano avvicinate. Una non si capacitava di come tra i “traditori” potessero esservi state delle donne, e smaniava; l’altra mi disse, con discrezione e pudore, confortandomi, di “aver creduto” che stessi piangendo. Le risposi che stavo effettivamente piangendo: che vergogna avrei dovuto averne? Avevo poi toccato la scatola con le schede, assicurando che c’erano anche la mia e quella di altre compagne. Non l’avrebbero più consegnata, però. Non ce n’erano più le condizioni. Si allontanarono nel freddo. Non credo di essermi mai sentita tanto sconfitta, persa e scorata come quando le ho viste andar via l’una sotto il braccio dell’altra, barcollando sulle pietre sferzate della piazza, con in mano quell’urna di democrazia trasformatasi in urna funebre, contenente le ceneri del nostro inutile sdegno…
Da questo trauma venivamo, il 22, dal gelo di quella piazza che il 22 ci è stata negata, facendoci dirigere verso il mare dimenticato, pure lui mercificato, ridotto a canale di passaggio, a banale via di contatto, di trasporto di membra e cose. Passandogli accanto in massa, in silenzio, lo abbiamo distrattamente re-idealizzato, rimitizzato, nuovamente liricizzato. E lui, scientemente, ci ha ringraziato ridandoci serenità, calore, dolcezza, certezza dell’eternità dell’ideale e della contingenza della sua negazione violenta. Non lo abbiamo percepito subito. Lo abbiamo sentito quando ci siamo allontanati dall’azzurro e l’abbiamo sentito frusciare dentro le nostre arterie, spumoso e ninnante.
Poi, poco prima di lasciare il corteo, ne abbiamo sentito anche la voce viva, per bocca di una ragazza minuta, vestita di nero e viola, con le scarpe basse (“da cenerentola”) e un cappellino di lana, ornato da due rose nere, fatte all’uncinetto, la quale, scuotendosi come da un sonno ipnotico, regalandosi e regalandoci la scordata e agognata normalità, ha detto, semplicemente e, come a me è parso, divinamente: “Uhé… io devo andare a fare i regalini di Natale “.

