Obbligo scolastico: quattro anni di scuola in meno
L’ha detto Berlusconi: “nella manovra economica non ci saranno tagli alla scuola”. Possibile. Infatti ha già tagliato il 25% del bilancio statale dell’istruzione, 12 miliardi in quattro anni!
La Gelmini gli fa da controcanto e aggiunge: si potrebbe iniziare la scuola in ottobre, 15-20 giorni più tardi di quanto accade ora. Ovvero, visto che non si possono tagliare i fondi si fa un’operazione più diretta, si taglia la scuola! Sarebbe come dire che non si taglia la sanità ma si chiudono gli ospedali un mese all’anno. Venti giorni di scuola in meno moltiplicati per dieci (gli anni dell’obbligo scolastico) fanno 150-200 giorni, equivalenti a un anno di scuola in meno per alunni-studenti dai sei ai sedici anni di età. Ad esso si va ad aggiungere un altro anno di scuola perduto a causa delle riduzioni di orario operate dalle “riforme gelminiane” in ogni ordine di scuola.
Così il governo che “nella manovra economica non taglia alla scuola” è riuscito a ridurre di due anni l’obbligo di istruzione.
Anzi di quattro anni!
Infatti i quattordicenni che lo vogliono possono frequentare corsi di formazione professionale anziché la scuola e i quindicenni, anziché andare a scuola, potranno lavorare come apprendisti.
In due anni di governo, quattro anni di scuola obbligatoria rubati ai nostri figli. Mai furto sul loro futuro fu così ignobile!
Sessant’anni fa la Costituzione italiana scriveva: “l’istruzione è obbligatoria e gratuita per almeno otto anni”. Sessant’anni dopo, nella società della conoscenza, l’hanno ridotta sostanzialmente a sei! Tanto c’è la tv del presidente.
In nome della Costituzione italiana, bisogna subito mandarli via!
Dichiarazione di Piergiorgio Bergonzi
(resp. Naz. Scuola del PdCI-Federazione della Sinistra)
Obbligo scolastico
La Uil Scuola interviene a proposito delle nuove disposizioni sull’ obbligo scolastico.
Audizione del 10 Febbraio 2010
presso le Commissioni riunite I e XI (Lavoro e Previdenza Sociale)
del Senato della Repubblica
sul Disegno di Legge n. 1167-B
con specifico riferimento alle modifiche apportate nel corso dell’esame
alla Camera dei Deputati
e segnatamente al comma 8 dell’articolo 48
Memoria scritta
La UIL ha già manifestato in più occasioni la propria posizione in merito all’emendamento
oggetto di questa audizione, non ultima la lettera dello scorso mese, indirizzata agli Onorevoli
Capigruppo del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati ed ai Presidenti della
Commissione Lavoro di entrambi i rami del Parlamento, in cui abbiamo chiesto esplicitamente che
l’emendamento in questione venisse abrogato.
Nonostante le modifiche che, nel frattempo, sono state apportate al testo originale, che
prevedono un confronto formale anche con le Parti Sociali e le Regioni, continua a non convincerci
un apprendistato che si profila contemporaneamente come un abbassamento della soglia d’ingresso al
lavoro ed una riduzione della significativa importanza dell’obbligo di istruzione a 16 anni, per
raggiungere il quale abbiamo impiegato molti più anni che la maggior parte dei Paesi europei.
Vale la pena di ricordare che il contesto normativo in cui la nuova disposizione verrebbe a
collocarsi vede prima l’istituzione dell’apprendistato in diritto dovere – sancito dal D.Lgs. n.276/03 – a
ed a seguire l’innalzamento dell’obbligo d’istruzione a 16 anni – introdotto con la Legge n. 296/2006 -: è
evidente che va sciolto il nodo del “raccordo temporale” tra i due istituti ma non condividiamo che
questo debba essere risolto intervenendo sul primo (peraltro, ancora tutto da regolamentare, seppure
finalmente all’attenzione del Governo), in modo tale da favorire di fatto l’accesso al lavoro a partire dai
15 anni, con grave nocumento dell’innalzamento dei livelli di competenze dei nostri ragazzi, tanto più
che l’aspetto formativo dell’apprendistato, qualunque sia la tipologia presa in considerazione, finora ha
deluso le aspettative di tutti.
Del resto, il nostro sistema di istruzione e formazione fornisce già alcuni strumenti per coloro
che desiderano coniugare percorsi scolastici ed aziendali, sia di istruzione tecnica e professione sia
liceale, nel rispetto delle inclinazioni di ciascuno: a parte gli IFTS e gli ITS, per i più giovani pensiamo
agli istituti professionali, che consentono il conseguimento di una qualifica professionale al terzo anno;
a quelli tecnici; ai percorsi triennali regionali di istruzione e formazione professionale, che vedono al
loro attivo diciannove figure professionali; non ultima, l’alternanza scuola lavoro che parte proprio dai
15 anni e la cui domanda – come evidenziato dall’ultimo Rapporto CENSIS – supera l’offerta, stante
anche le risorse insufficienti ad essa dedicate.
Con tutto ciò, non è nostra intenzione sottovalutare il valore formativo del lavoro, ma piuttosto
sottolineare quanto in fatto di acquisizione di competenze, conoscenze ed abilità, i nostri ragazzi
debbano recuperare rispetto al duplice gap dei parametri della Strategia di Lisbona e delle performances
dei loro colleghi di altri Paesi dell’Unione Europea; d’altra parte, se è pur vero che anche l’azienda può
essere formativa, è altrettanto vero che è nella scuola che risiedono le basi metodologiche (e non solo)
dell’apprendere, con beneficio anche di chi dovrà addestrare un giovane ad espletare efficientemente le
mansioni a lui affidate.
In tale contesto, i frequenti richiami fatti da più parti in questi giorni all’esito positivo che
l’apprendistato a 15 anni sta avendo, ad esempio, nella Provincia Autonoma di Bolzano o la buona
riuscita del sistema duale in Germania (ammesso dai 15/16 anni e che prevede la parte in azienda
regolamentata da un contratto di apprendistato) non sono esaustivi del problema: la prima perché,
purtroppo per il nostro sistema Paese, costituisce la solita, bellissima eccezione che – purtroppo -
conferma la regola; il secondo, perché, pur prevedendo una co-responsabilità tra scuola ed azienda, di
fatto risulta avere un basso livello di progettazione condivisa, vista l’aspirazione delle imprese ad
intervenire in modo più incisivo sui contenuti formativi: questo, a fronte della crisi attuale e delle
recenti indagini PISA, sta portando il sistema tedesco a prendere in considerazione l’eventualità di
investire maggiormente anche nelle qualifiche medio-basse, proprio per recuperare tanti ragazzi che
sarebbero altrimenti a rischio di esclusione dal mercato del lavoro.
Piuttosto, sarebbe molto utile, soprattutto per quei 130.000 circa ragazzi tra i 14 ed i 17 anni
che non lavorano e né studiano, realizzare in tempi brevi un sistema di orientamento e tutoring che non
si limiti ad indicare loro un possibile percorso da seguire, ma che sia in grado di guidarli e supportarli
nelle scelte effettuate ed intervenire tempestivamente in caso di ripensamenti od insuccessi.
Scuola e lavoro: Apprendisti a 15 anni?
Scuola La segreteria nazionale del MCE (Movimento di Cooperazione Educativa) esprime netto dissenso nei confronti dell’emendamento approvato dalla Commissione Lavoro della Camera con il quale – si legge nel comunicato – “si porta a compimento l’attacco all’assolvimento dell’obbligo scolastico a 16 anni, già annunciato nella Legge 133/08″.
Una posizione di netto dissenso, dunque, che trova piena consonanza con quella espressa dal Sindacato.
Roma, 22 gennaio 2010
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Movimento di Cooperazione Educativa
Smantellamento dell’obbligo scolastico: verso l’atto finale
Con l’emendamento al
disegno di legge collegato alla finanziaria (DDL 1441-quater) appena approvato dalla Commissione Lavoro della Camera, si porta a compimento l’attacco all’assolvimento dell’obbligo scolastico a 16 anni, già annunciato nella Legge 133/08, art. 64, che consente l’assolvimento dell’obbligo anche nei percorsi triennali di Formazione professionale. Il metodo è quello ampiamente collaudato: senza abrogare una norma (in questo caso la legge n. 7/2007 di elevamento dell’obbligo a 16 anni) la si neutralizza nella sostanza con un singolo dispositivo. Quell’articolo 64, infatti, ha aperto la strada a un principio oggi portato alle sue estreme conseguenze: l’obbligo scolastico si esplica anche al di fuori del sistema scolastico. Estendere questo principio fino a considerare valido, ai fini dell’assolvimento, un intero anno percorso al di fuori delle aule, a partire dai 15 anni, con la fragile copertura di un apprendistato “formativo”, è il passo che mancava a quell’intenzione politica, e che oggi è stato compiuto. “Fatto!”: sembra di sentire l’esclamazione compiaciuta di chi considera l’efficienza, specie se piegata ai propri obiettivi e non all’interesse generale del Paese, il criterio ultimo di ogni azione di governo.
All’emendamento fa eco il Ministro Gelmini, dichiarando di essere favorevole a qualsiasi iniziativa per inserire subito i giovani nel mondo del lavoro (così nell’articolo del Corriere della Sera del 21 gennaio). È davvero bizzarro che a fare questa incauta affermazione sia il responsabile del dicastero intitolato all’Istruzione, Università e Ricerca…
Bisogna ribadirlo forte e chiaro: l’obbligo scolastico è posto a salvaguardia di un diritto costituzionale. L’elevamento dell’obbligo a 16 anni, frutto a suo tempo di una mediazione politica complessa, da molte parti (compresa la nostra Associazione) è stato considerato come un passo significativo, ma non esaustivo, verso il pieno esercizio del diritto allo studio fino ai 18 anni. Rispetto a quel primo punto di arrivo, siamo con questo provvedimento annunciato ad un passo indietro di portata macroscopica. E questo mentre gli osservatori economici, non solo gli esperti dei sistemi di istruzione, ci sollecitano a reinvestire nelle politiche della conoscenza come prioritaria strategia di uscita dalla crisi che attanaglia le società a sviluppo avanzato.
Nel maldestro tentativo di giustificare il provvedimento, si riportano i dati di coloro che, dopo la terza media, di fatto non proseguono gli studi, inghiottiti nel sommerso dell’economia in “nero” e si indica nella strada intrapresa una soluzione al problema. A noi sembra la legittimazione, non la soluzione, del problema. Siamo all’esponenziale processo di smantellamento delle politiche sociali di cui il sistema scolastico è nodo strategico essenziale. La risposta dell’Esecutivo, dal Ministro dell’Economia passando per il Ministro del Lavoro fino al Ministro dell’Istruzione è sempre la stessa: meno scuola. Meno scuola sul territorio, meno scuola per le fasce socialmente e culturalmente più deboli, meno tempo della vita e della crescita da passare a scuola.
Come Associazione di insegnanti, di educatori ed educatrici che da alcuni decenni accompagnano, sostengono, vivono in prima persona il processo di scolarizzazione che è asse portante dello sviluppo democratico di questo Paese, non possiamo che esprimere tutta la nostra preoccupazione e il nostro netto dissenso.
La Segreteria Nazionale del M.C.E.
Via: www.flcgil.it
Ennesimo tentativo di smantellare l’obbligo d’istruzione
Dichiarazione di Domenico Pantaleo, Segretario generale della FLC Cgil.
“L’emendamento approvato oggi dalla Commissione Lavoro alla Camera è l’ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico”, questo il commento del segretario generale della FLC Cgil, Domenico Pantaleo.
L’emendamento consente di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico anche in percorsi di apprendistato. “Siamo decisamente contrari. Prevedere questo – afferma Pantaleo – significa mettere in discussione l’essenza stessa dell’obbligo scolastico che va assolto nei percorsi di istruzione e formazione e non attraverso l’apprendistato che nella maggior parte dei casi si traduce in un lavoro vero e proprio dove di apprendimento c’é ben poco”. La novità, tra l’altro – osserva Pantaleo – “fa il paio con quanto previsto nella riforma della secondaria superiore e cioè l’eliminazione del biennio unitario. Altro evidente segnale delle intenzioni di questo Governo rispetto all’obbligo scolastico”.
Roma, 20 gennaio 2010
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