LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE
Salve! sono la ragazza autrice di questo testo. Colgo l’occasione per chiarire il fatto che questo testo è stato scritto più di un anno fa, perciò non vi è alcun riferimento con i prof del mio corso attuale di studi (VB/s).
Sono molto dispiaciuta del fatto che alcune persone si siano sentite offese dalle mie parole, il mio era un testo umoristico in generale o, per lo meno, questo era l’intento!!
LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE
Parte I
Due gambe, due braccia… no, non possono essere alieni… due occhi, due mani… sembrerebbe tutto in regola!
Prof. si è mai soffermata a riflettere su cosa accade, nel corso del tempo, a chi assume il titolo di docente?
Persone normalissime che intraprendono la carriera scolastica, chi per “vocazione”, chi per “rivendicazione” contro tutti gli anni passati tra i banchi di scuola a subire “violenze” psicologiche di vario tipo. Persone della porta accanto, che magari hanno anche una famiglia. Si, insomma che tornando a casa si infilano il grembiule per non sporcarsi la maglia, mentre girano il sugo che hanno preparato per il marito affamato.
Si è mai chiesta com’è possibile che i docenti appena mettano il piede nella scuola si trasformino? Delicate signore in gonnella, madri di famiglia, diventano la strega di Hansel e Gretel anche se falsamente continuano a ripetere “Non ti mangio mica”. Impeccabili e austeri professori, con il colletto inamidato e la valigetta in finta pelle, fanno a gara per assomigliare il più possibile all’incredibile Hulk, tanto che quando si infuriano, fanno scatenare un vortice danzante di sedie, banchi e cancellini, con le vene varicose sul collo che gli fanno avere una tonalità di cute simile a pomodori marci?!
Sono pronti a far tremare classi intere con il solo scorrimento del dito ben diritto, magari mezzo sudaticcio, passato sul registro a setaccio di vittime innocenti pronte per la deportazione ad Auschwitz. Sono sempre loro, pronti a scagliarsi contro gli alunni più insicuri e indifesi coinvolti nell’interrogazione, per trovare errori, orrori e difetti vari e, quando capita… la deflagrazione. Bum! Ecco che inizia il veloce scuotimento di testoline, prima a destra, poi a sinistra, di nuovo a destra e così via.
Loro che per la stragrande maggioranza dei casi votano a sinistra ma sono gli unici esseri umani con il cuore che punta verso destra, godono di una politica razziale. Trattano i poveri imbecilli come la peggior razza di extracomunitari, lasciandoli affogare nelle loro acque. Non hanno pietà nemmeno per coloro che di tanto in tanto fanno qualche battuta, così tanto per rendere più gradevole la lezione. Macchè, questi gesti istrionici vengono tacciati come maleducati, vandalici, esibizionistici, insomma da punire come se facessero parte di un gay pride.
Prof. non voglio esagerare. Non mi azzarderei mai a dire che è frequente trovare tra gli insegnanti quelle persone divenute celebri perché, colte da raptus di follia, uccidono la famiglia a sprangate. Quello che voglio dire è che dietro le lenti di questi borghesucci, con le loro piccole utilitarie, che non mancano mai alle cene organizzate dalla scuola o di pagare la loro quota per i fiori del collega morto, si celano persone che hanno capito l’inutilità del loro ruolo e che per difesa finiscono per prendersi troppo sul serio. È un sadismo nascosto il loro, che miete vittime tra le vittime. La loro azione finisce con l’assomigliare sempre più all’istinto atavico di togliere le pellicine o grattar via le crosticine non appena queste si formano. Per non parlare di quei docenti che producono volutamente delle ferite per avere più materiale da scrostare durante l’anno. Diciamo pure, con tutta onestà, che i docenti non esisterebbero se non ci fossero i discenti. Ma soprattutto che i bravi docenti non esisterebbero se non ci fossero i cattivi discenti. È un po’ come per i supereroi. Superman non avrebbe motivo di mettersi quel ridicolo costume se non ci fosse Joker. E meno che mai Spiderman sarebbe chiamato a spruzzare ragnatele ovunque se New York City non fosse in pericolo. Ecco, Prof., credo che sia proprio questo. I miei insegnanti credono di essere dei supereroi e di dover sconfiggere il male. Nel loro delirio il male dilaga ovunque e assume le sembianze della disortografia, della dislessia, della discalculia, ma cosa ancor peggior del disinteresse. Già oltre che ignoranti, sognatori, perditempo, veniamo etichettati come privi di curiosità. Se lo immagina, Prof., un tizio anonimo entra in classe con una camicetta a quadri comprata da Mas e un pantalone ascellare tenuto stretto da una cinta logora il cui perno è a un centimetro dalla fine e noi siamo quelli con poca curiosità e non aperti al nuovo?
Insomma il bue dice cornuto all’asino. E poi c’è da capire cosa intendono, queste brillanti menti, per “nuovo” se la loro novità è un argomento di storia datato 300 a.C. Ecco, questi vogliono propinarci un vestito vecchio, preso dal decrepito baule della soffitta, senza nemmeno dargli una spolverata ed esigere che noi lo indossiamo e che ci calzi a pennello. Sostengo che se lo stesso Dante fosse in vita avrebbe il mio stesso impulso di sferrare calci nel sedere al docente di turno per il modo becero e noioso con cui trasforma la sua opera in una Divina Tragedia. Non sto dicendo che in classe debba venire per forza Benigni ma, che diamine, almeno un individuo un po’ più espressivo e vitale che, senza salire sui banchi, sia in grado di catturare l’attenzione e trasmettere emozioni. Macchè! Niente! Il grigio, il vuoto. Legge o fa leggere quei versi come se si trattasse della composizione chimica del detergente intimo o del dentifricio, ai quali nessuno presta attenzione se non in bagno, nelle occasioni particolari e quando è sparita la settimana enigmistica o topolino. Prof. me lo dica lei. Come devo fare per sopravvivere?
Prof. Katia Carlini – docente precaria di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione;
Alunna Saida Mazzarini
Alunna Miriamo Monaco
Alunna Paola Sensini
Il bollino blu è arrivato anche nella scuola
Questo scritto è opera di fantasia, ogni riferimento a persone e fatti reali è casuale
IL BOLLINO BLU DELLA QUALITA’ E’ ARRIVATO NELLA SCUOLA
Quando ne ho sentito parlare, tanti anni fa, ero ancora ingenua, nonostante l’età non più verde, e mi sono buttata, ancora una volta anima e corpo, in quella che mi sembrava una magnifica avventura che avrebbe contribuito a migliorare la SCUOLA, scritto con le lettere maiuscole.
Io ho fatto di tutto nella scuola: sono partita come precaria da una scuola parificata magistrale di Roma, ho lavorato in scuole di recupero, scuola materna, elementare, media, collaboratrice del direttore, responsabile di plesso, aggiornatrice, commissario in un concorso riservato, responsabile di progetti, francese alle materne, Comenius…,ho dimenticato qualcosa?
La certificazione della qualità: sui primi incontri ai quali partecipavo, mi ero creata delle forti aspettative; pensavo di sentir parlare di qualità dell’insegnamento in senso stretto, di avere dei suggerimenti sui percorsi culturali e didattici, pedagogici, filosofici, letterari, non dissertazioni sul management, sui processi industriali, sul lavoro nelle fabbriche. Lì per lì rimanevo interdetta, pensando di aver capito male. Ho sempre avuto poca stima di me stessa, o, per dirla con una mia collega che si è licenziata dalla scuola perché guadagna molto di più, lavorando meno, come psicologa, non mi sono mai saputa vendere lodandomi e incensandomi da sola. Ho sempre fatto il mio lavoro di insegnante confrontandomi con gli altri, così quelle prime volte, visto che gli altri presenti avevano l’aria apparentemente attenta e interessata, ho pensato che fossi io a non capire.
Pensavo: ma che c’entrano i processi produttivi con i processi educativi? Che hanno a che fare i dirigenti bancari con i dirigenti scolastici? E se anche vogliamo parlare di qualità per i dirigenti, come conciliare il lavoro dell’insegnante con i processi industriali? Boh, non ci capivo nulla, non avevo risposte da darmi.
Poi è arrivato il momento infelice e tragico in cui la scuola, la mia scuola, ha fatto il grande passo di aderire a questo immane, grandioso, faraonico progetto della QUALITA’, e lì ho cominciato a capire. Beh, abbiamo dovuto sacrificare un po’ di finanziamento pubblico per investirlo nella formazione dei certificatori interni, nel pagamento delle periodiche ispezioni dei certificatori esterni ed interni, senza contare l’immane mole di documentazione cartacea diventata pletorica, gravante sul groppone di ogni singola persona.
Ma vi siete mai chiesti cosa documentiamo? Tutto, dagli acquisti dei detersivi ordinati dai bidelli, pardon, collaboratori scolastici, ai tre preventivi richiesti alle ditte per il trasporto degli alunni (gite); dai progetti senza oneri per la scuola, alle varie programmazioni e verifiche che nessun dirigente leggerà mai, se non in casi veramente eccezionali. L’imperativo categorico è: non è importante quello che c’è scritto sul modulo certificante, importante è che il modulo sia A NORMA. La norma si chiama………
Questa sigla, che non voglio sapere cosa significhi, è il mio incubo, il nostro incubo. Qualche giorno prima dell’ispezione, due o tre volte l’anno, i certificatori interni (in genere insegnanti), impazziscono per controllare se manca una firma su qualche circolare o sul registro, si perde tempo prezioso per controllare e ricontrollare scartoffie, tutti sono immusoniti e malcontenti. Il giorno dell’ispezione c’è lo scappa scappa perché, se hai la sventura di essere chiamato tu e “interrogato”, e non sai, per esempio, in quale armadio vengono conservate quelle scartoffie specifiche, l’onta e il disonore ricadono su tutta la scuola.
Vi chiederete, e anche se non ve lo chiedete ve lo voglio dire lo stesso, in questo processo di certificazione della qualità del servizio offerto dalla scuola, quando viene coinvolto il processo educativo degli alunni? Mai. Quando e come viene documentato il modo d’insegnare dei docenti, le sue azioni didattiche eccetera? Mai. E il modo di relazionarsi cogli alunni, coi colleghi, i rapporti, a volte problematici, coi genitori? Tutta roba di secondaria importanza.
Oddio, adesso hanno inventato le valutazioni dell’Invalsi, ma di questo magari parleremo un’altra volta.
E allora a che serve la qualità? Io non vi so rispondere, davvero. Vorrei che me lo spiegassero bene il mio dirigente scolastico e, soprattutto i miei colleghi certificatori, che si offendono quando qualcuno, timidamente, osa dire a voce alta e occhi bassi: ” Ma perché non smettiamo di certificarci?” Pare che senza, il ministero, nelle vesti attuali della tenera Gelmini, non ci darà più soldi…
ARTEMISIA
Scuola fantasma… , racconto di Giusi Vanella
Eh, lo so, siete molto scettici riguardo a queste cose. Però, credetemi, sono nato moltissimi decenni fa e ogni tanto mi diletto a passare un po’ di tempo in questo che voi chiamate mondo e ad osservare quella che, presuntuosamente quanto assurdamente, chiamate “vita”.
Vi vedo correre affannati per tentare inutilmente di recuperare un po’ di quel tempo che avete sprecato annoiandovi, arrabbiandovi, lamentandovi, rimpiangendo, oziando.
E – soprattutto – vi sento urlare, in famiglia, coi conoscenti, col pubblico. Urlano i cittadini, i governanti, gli esperti tuttologi, i moderatori che non sanno moderare neanche sé stessi. La parola che ascolto più frequente è “Diritto”: Diritto alla pari opportunità, allo studio, al lavoro, alla giustizia, alla casa. Cose giustissime, per carità. Se non fosse che – contemporaneamente – noto la scomparsa di un’altra parola complementare: dovere. Tutti volete avere i diritti, nessuno più ricorda di avere un qualsiasi dovere.
Non sbuffate, gente del terzo millennio, non chiamatemi barboso retrogrado, sorpassato, nazista, comunista, integralista, perché non lo sono. Solo che la mia condizione mi consente di osservare distaccatamente, dall’alto (è proprio il caso di dirlo…) la vostra contraddittoria quotidianità.
I ragazzi, ad esempio. Vanno a scuola con lo zainetto griffato e l’extension, il motorino e il piercing. Vogliono una scuola che educhi, istruisca, insegni un mestiere, aggiorni sulle nuove tecnologie e non vogliono i compiti, perché nel pomeriggio c’è la palestra, il corso di chitarra, la partita, la passioncella, la chat, il pub.
La società, fondata sul mito della bellezza-giovinezza, li esalta e essi si sentono più che mai intoccabili e invincibili, forse immortali. Oggi c’è anche il fenomeno del bullismo, da combattere con tutti i mezzi… Ma quali mezzi? Un rimprovero causerebbe un trauma all’alunno, non parliamo di sospensioni-fasciste o di un qualsiasi castigo che – a vostro dire – provocherebbe ferite mai rimarginabili nella psiche giovanile.
Forse cominciò tutto col ‘68 che, benché finito come è finito, diede uno scossone fortissimo alla società, abbattendo giudizi e pregiudizi, regolamenti e leggi.
Ma non dimenticate che anche quelli che oggi sono i professori sono figli del ’68, cresciuti col voto politico e la crisi economica. Che spesso fanno gli insegnanti perché è l’unico posto che hanno trovato e devono pur sopravvivere.
Anche se svolgono il loro lavoro con dignità e serietà, non sono santi né missionari. Sono pubblici dipendenti, malpagati, paralizzati da direttive e ordinanze, schiacciati da una montagna di responsabilità gestionali e organizzative. Devono vedersela con i genitori per i quali i loro figli sono il Duce: hanno sempre ragione, col Dirigente che, oltre a Collegi, riunioni e programmazioni, li vorrebbe sempre impegnati a realizzare progetti inutili, e – soprattutto – devono vedersela col Governo, che taglia posti e fondi, e la chiama Riforma e scuola di eccellenza.
La mattina i professori entrano in classe, trepidanti, come nella fossa dei leoni.
E se qualche volta si assentano per futili motivi, forse è per ritemprarsi un po’. Se talvolta fanno le schedine in classe, forse è perché sperano anche loro in una vita migliore, e se capita che durante il compito in classe diano un’occhiata a voi e una al quotidiano, beh, forse lo fanno per non vedere che state scrivendo quello che vi dettano col cellulare.
Eh, sì, ai miei tempi era diverso, non c’era il cellulare e, molto spesso, non c’erano neanche le scuole.
Non prendetevela con me, ragazzi. Tanto, dove sono ora non arrivano insulti e imprecazioni, dove sono ora regna l’armonia ed è probabile che l’angolazione da cui osservo falsi parecchio la prospettiva del problema…
Franti o il piacere del bullo , racconto di Urbani Giovanna
“Handicappato di merda!”. Forti e chiare, le parole risuonarono nell’aula, sovrastando il mormorio dei diciotto alunni impegnati nelle prove di una divertente commedia, sotto la guida di Arianna. La professoressa di lettere assisteva, seduta a fianco dell’”esperta” di teatro. Immediatamente si fece silenzio. Tutti avevano capito che l’insulto era diretto a Tommaso. Sbigottite, le due si avvicinarono al gruppo, cercando di capire chi si fosse espresso in quel modo, e per quale ragione. Tommaso si spostò, zoppicando, verso il centro della stanza, teneva la testa alta, ma gli occhi erano lucidi.
“Chi ha parlato?”,fece Arianna con la voce gelida. Due o tre maschi, all’unisono risposero:”Io no.” La professoressa, intanto, parlava a Tommaso. “Chi è stato a dire così, perchè?”
Il ragazzino, con la sua voce delicata e gentile che non aveva mai reso appieno la determinazione, la volontà e la forza d’animo del proprietario, spiegò: “Stavo passando davanti ai maschi, per posizionarmi al mio posto e ho sentito qualcuno, alla mia destra, pronunciare quelle parole. Ma non so il motivo per cui le ha dette. Secondo me le ha dette Franti.” Ma Franti negò decisamente.
La prof. guardò verso il gruppetto dei maschi: Valerio, Mirco, Daniele, i due Paolo(il Rosso e Franti), Nicola, i due Giovanni e Francesco. Facevano un corpo unico, sapevano. Le femmine erano addossate le une alle altre, volevano bene a Tommaso, erano addolorate e ferite, per lui, lo avevano sempre protetto.. Sarebbe stata dura far confessare il colpevole, spezzare quel muro di omertà che, regolarmente, ogni volta che uno di loro combinava una bravata, lo proteggeva, impedendo di identificare il colpevole.
In quel momento entrò Mariangela, la prof di sostegno. Percepì immediatamente l’atmosfera tesa e chiese:”E’ successo qualcosa?” Dopo aver saputo dell’accaduto, col tacito assenso delle due colleghe, cominciò a interrogare gli alunni, ma tutti si dichiararono innocenti, anche se la direzione della voce, la posizione dei ragazzi portavano a un colpevole: Franti. Lui, però, si dichiarava completamente estraneo, negava fermamente.
Mariangela uscì, portando con sé Tommaso e Franti, dirigendosi verso l’aula di sostegno.
Quel giorno Tommaso indossava dei pantaloni che, muovendosi, gli scoprivano le pesanti scarpe correttive che portava alle gambe per poter camminare. Chiunque fosse stato, si era dimostrato veramente crudele e insensibile, a pronunciare quelle parole!
Le prove proseguirono senza entusiasmo. La prof pensava, intanto, a Franti. Anche lei era certa che fosse lui il colpevole, dopo tre anni aveva imparato a conoscerlo bene. Non era stato per lui che avevano avviato un Cineforum con una serie di film sul bullismo, quando lui frequentava la prima media? La mente tornò agli episodi di cui si era reso protagonista . Durante gli intervalli tra le lezioni, se succedeva qualcosa lui era sempre presente o nelle vicinanze. I compagni si venivano a lamentare per essere stati spinti? Era stato Franti; un compagno era caduto per uno sgambetto? Era colpa di Franti. Lui si protestava innocente, diceva che ce l’avevano tutti con lui, che non avrebbe mai fatto una cosa del genere ecc., mentre un risolino ironico gli si appiccicava sulla bocca.
Cominciarono a sorvegliarlo senza darlo a vedere, finchè la prof di arte, durante un intervallo gridò:”Franti!”.I colleghi si avvicinarono: cosa aveva fatto il disgraziato stavolta? Beh, aveva fatto lo sgambetto a un compagno, riprendendolo col cellulare mentre costui cadeva. Il cellulare fu sequestrato, fu proibito portarli a scuola, furono avvisati i genitori, fu sottoposto a un provvedimento disciplinare. Franti si giustificò dicendo che non pensava di fare nulla di male, era solo uno scherzo.
La prof fu riportata al presente da un lieve bussare alla porta. Era Tommaso, che le chiese di uscire un attimo perchè le voleva parlare la prof Mariangela. Insieme a quest’ultima, in corridoio, c’era Franti, rosso come un peperone. Inchiodato alle sue responsabilità, alla fine aveva confessato, era stato lui a pronunciare quelle terribili parole, per il motivo che aveva dovuto spostarsi indietro di un passo per lasciar passare il suo compagno. Ma pensava di non aver detto nulla di grave! Aveva ammesso la sua colpa solo perchè Tommaso aveva preteso dalla prof di non raccontare nulla, dell’accaduto, ai suoi genitori e a quelli del compagno.
Vigliacco fino in fondo!, pensò la prof. Gli avrebbe dato due schiaffoni da fargli male, ma non poteva, e doveva pure tacere coi genitori. Ma una punizione l’avrebbe avuta, l’avrebbe scelta con
Tommaso. Su invito delle insegnanti chiese scusa al compagno, ma così, con sufficienza. Tanto, cosa gli sarebbe potuto succedere? Rientrarono in classe, le compagne accolsero lei con un sorriso, mentre i maschi sostennero con lo sguardo, non azzardandosi a parlare, il loro amico. Tutti sapevano, non c’era bisogno di parole.
Arianna riportò l’attenzione di tutti sul copione. Per le prediche ci sarebbe stato spazio più tardi. La prof continuò a pensare alle malefatte di Franti L’anno precedente, in seconda media, non aveva frequentato un corso di aggiornamento sul bullismo per lui? Non avevano realizzato un progetto che aveva coinvolto tutta la classe con letture, interviste, ricerche, slogans scritti sulle magliette…per lui?
Tutto inutile, i messaggi gli scivolavano addosso, come l’acqua sul vetro.
Era stato appunto l’anno precedente che ne aveva combinata una veramente grossa, secondo la mamma una ragazzata, perchè suo figlio era buono, a casa si comportava bene, era completamente diverso L’episodio era avvenuto fuori dalla scuola, ma aveva avuto delle ripercussioni durante l’orario scolastico. Infatti, una mattina, arrivando a far lezione alle dodici, era stata bloccata dalla collega di francese che le aveva detto:”Guarda, è tutta mattina che Giovanni piange. Non sono riuscita a fargli confessare il motivo, vedi se riesci tu a farlo parlare.”
La prof entrò in classe, c’era la compresenza con tecnica. Avrebbe potuto dedicare del tempo a questa situazione. Notò subito gli occhi rossi di Giovanni, che spesso e volentieri fungeva da capro espiatorio, ma che tuttavia non riusciva a staccarsi dal gruppetto dei suoi cosiddetti amici. Con noncuranza , avvicinandosi alla cattedra, gli chiese:”Stai male? Sembra che tu abbia pianto.”
Scoppiò in lacrime, mentre alle sue spalle gli mormoravano:”Dai, non fare il bambino!”
Lo invitò a uscire dall’aula e, mentre entravano in una stanza vuota gli chiese cosa gli fosse successo. Le disse di aspettare un momento che si calmasse, fece un profondo respiro e poi raccontò. Il pomeriggio precedente tutta la banda dei disgraziati, presenti in quella classe, più alcuni compagni della classe parallela era andati, in bicicletta, a fare un giro nella campagna circostante il paese. Era stato urtato e spinto in un intrico di erbacce e ortiche, pungendosi le gambe.
A quel punto era scoppiato a piangere dal dolore, ma Franti gli aveva subito suggerito la soluzione: quella di fare pipì e lasciarla colare sulle gambe, in modo che l’ammoniaca in essa contenuta disinfettasse i graffi e le bolle che cominciavano a gonfiarsi. Giovanni seguì il consiglio e Franti tirò fuori il nuovo cellulare ultimo modello, regalo di compleanno, per registrare quell’atto intimo.
Alle rimostranze del compagno rispose che poi avrebbe cancellato il video, era solo uno scherzo!
Poi tornarono a casa; la sera, in giro per il paese, Franti aveva mostrato a mezzo mondo il filmato. La mattina successiva Giovanni era diventato lo zimbello dei compagni.
La prof rientrò, ammutolita, in classe, prese Franti per un braccio e gli fece cenno di seguirla. Davanti a Giovanni, lui ebbe pure la faccia tosta di ricordargli che gli aveva dato un suggerimento ascoltato in TV. Cosa bisogna fare in questi casi? Quello che prevedono i provvedimenti disciplinari: telefonata a casa, compito formativo, discussioni in classe e tanti bla bla bla.
Ora eccoci ancora qui.
Suonò la fine delle lezioni, La mamma di Tommaso si accorse subito che il figlio aveva pianto e le fu spiegato l’accaduto. Molto coraggiosamente lo invitò a non prendersela, e uscirono, sostenendosi a vicenda.
Il giorno successivo, con Tommaso, la prof Mariangela individuò il castigo per Franti: lui, che non aiutava mai nessuno disinteressatamente, lui, che era sempre il primo a prendere posto in mensa, urtando e spingendo, lui, che era sempre il primo ad alzarsi e scappare in corridoio, per tutti i quattro mesi che rimanevano di scuola avrebbe dovuto aiutare il compagno offeso portandogli il vassoio in mensa, aiutandolo a scegliere i suoi piatti, riportando il vassoio usato al suo posto, seguendo i ritmi di lui nel mangiare, e soprattutto i suoi lenti movimenti.
Ciò non servì a renderlo più umano: ma, d’altra parte, si era sempre dimostrato stupido, ottuso. Alla fine del triennio, la prof regalò a tutti i suoi alunni un diploma fittizio. In quello di Franti c’era scritto, in bella calligrafia:” A Franti faccia di bronzo, che fa rima…”.Lui era talmente…non so, stronzo?, che dovettero aiutarlo i compagni, a capire, non seppe cogliere l’ironia.
Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone è da intendersi puramente casuale.
Urbani Giovanna (Marcella) di anni 58; insegnante di lettere; recentemente ho pubblicato un libro ambientato nel mondo universitario di Urbino negli anni Settanta dal titolo “Mal d’Urbino” per Mamma Editori.

