Domani è già cominciato ieri di Lucio Armando Silvestri

January 5, 2010 by admin · 1 Comment
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Marco era lì, seduto sul letto, nella casa silenziosa; il gatto acciambellato sul comò ogni tanto lo degnava di uno sguardo sghembo, quando era sicuro di non essere osservato.

Il figlio era a scuola; un bravo ragazzo, senza grilli per la testa, senza desideri di zainetti griffati, ma ormai vicino a prendersi il diploma della scuola dell’obbligo, il che significava libri più cari, qualche pizza con gli amici, forse il motorino, qualche cinema con la ragazza, le scarpe nuove da basket… perché era un bravo ragazzo, sano, senza grilli per la testa, e con gli ormoni montanti.

E Marco era lì, seduto, e fumava: presto avrebbe dovuto smettere; si sentiva inutile, inadeguato.

Intendiamoci: questo era il significato, il senso del suo pensiero ma non il termine, visto che lui aveva un vocabolario piuttosto povero, avendo frequentato la scuola pubblica. O quel che ne restava, come diceva suo nonno. Il nonno era stato quello che aveva comperato casa: un buon uomo, colto, affettuoso, sempre disponibile quando c’erano problemi, generoso con la sua pensione, ma anche lui con i suoi difetti.

Aveva fatto il ’68, come diceva spesso, e contestava tutto, a cominciare dai telegiornali: rideva o diventava tutto rosso, e se la prendeva con gli asini e i venduti che fanno disinformazione, con il popolo bue il cui rincoglionimento (scusate: diceva proprio così) cominciato dalla scuola è stato perfezionato dalla televisione.

Un’altra sigaretta; il gatto si alzò, si stiracchiò e cambiò posizione, mostrando la schiena.

Un esubero; questo termine Marco credeva di averlo capito bene, quella mattina, quando il direttore del personale e il sindacalista glielo avevano spiegato: troppo bravo (e costoso) per fargli imparare un altro lavoro, non più necessario ora che avevano esternalizzato tutte le manutenzioni.

Vent’anni ci aveva messo per diventare il più bravo manutentore delle macchine a controllo numerico usate in ditta: capogruppo, caposquadra, capo del servizio, pensando sempre e solo alla qualità del suo lavoro. Poteva far funzionare una macchina fino a fine turno anche senza pezzi di ricambio, con un pezzo di scotch, un paio di forbici e del fil di ferro.

Un esubero: un lusso che la ditta non si poteva permettere, perché aveva affidato all’esterno il servizio, a terzi. Costava molto meno che avere un servizio interno; e non contava nulla se questi terzi avevano lavoratori in nero, precari, lavoratori a progetto, se dovevano intervenire tre volte per una sola riparazione, se i pezzi di ricambio non erano inclusi nel canone. Sulla carta costava di meno, e fanculo la qualità: l’azienda aveva bisogno di cash, perché il Direttore Finanziario poteva impiegarlo in Borsa, per utili più alti e meno tassati dell’utile di esercizio. Più soldi per gli azionisti, niente per Marco, niente per gli investimenti in azienda.

Il gatto sul comò dormiva profondamente, ogni tanto una zampina si contraeva a scatti; una sigaretta. Affianco a Marco, sul letto ora sedeva il ricordo del nonno, quel brav’uomo un po’ collerico: Cazzo! Tutto è politica! Non parlo di ideologia, ma di etica del rapporto tra il singolo e la società! (si capiva solo lui) Vi hanno insegnato un modello secondo cui la cosa di tutti è cosa di nessuno, così i più furbi possono farne scempio senza che nessuno muova un dito! (che avrà voluto dire?) Vi hanno allevati nell’egoismo e vi hanno divisi, creando piccoli gruppi più facili da controllare e dominare. (questo era già più chiaro) E non hanno nemmeno la saggezza degli apicoltori, che lasciano sempre un po’ di miele nell’arnia per non far morire le api!

Il gatto si era alzato, e si stiracchiava sbadigliando: il turno di riposo era finito. Il letto era diventato scomodo, e Marco si agitava, un po’ per quello, un po’ perché quella faccenda della api l’aveva capita bene, lui che di miele ne aveva prodotto tanto, in vent’anni, e ora era un esubero: per lui niente più miele. Tornava a galla il tuonare del nonno: divide et impera (glie l’aveva spiegato), e gli aumentava la nausea.

Il gatto saltò giù dal comò e uscì dalla stanza, lentamente, con la coda ben sollevata, forse in un messaggio di scherno per Marco. No, per il nonno no: lui aveva fatto il ’68: la sua parte l’aveva fatta.

Spenta l’ultima sigaretta, Marco si alzò; c’era una manifestazione, uno sciopero dei trasporti (che in altri casi gli aveva solo procurato fastidio), e lui sentiva di dover partecipare, almeno lì non sarebbe stato un esubero. Sarebbe diventato uno dei 90 partecipanti su 100 la cui presenza ci si ostinava a non voler ammettere, ma non sarebbe stato un esubero.

Forse per la prima volta nella sua vita, sarebbe stato un cittadino alla ricerca della propria dignità attraverso il sostegno, il supporto, la partecipazione alla dignità di altri.

Forse, per la prima volta, avrebbe dato un contributo alla preparazione di un domani diverso, in cui nessuno lascia solo nessuno a combattere per il diritto di tutti. Marco uscì di casa con le spalle dritte e la testa alta, sentendo ancora una volta la voce del nonno: Bravo, ragazzo! Meglio incazzato che rassegnato.

Lucio Armando Silvestri

63enne, ex Manager attualmente inoccupato, partenopeo di nascita, “emigrato” a Milano nel ‘71

Morale intrinseca:
Nessuno può disinteressarsi a questo tipo di problema, che è un punto cardine della socialità.


La campanella della vita, racconto sulla scuola di Rita Parisi

January 5, 2010 by admin · 1 Comment
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Il mio primo sette in italiano. Lo ricordo come fosse ieri. Tornai a casa con il cuore colmo di gioia, immaginando l’espressione dei miei genitori nell’apprendere la notizia. Uno dei giorni più belli della mia vita. Grazie a lei. A lei che il primo giorno di scuola era entrata in classe con un’espressione severa, urlando: “Ordine e disciplina!” Ci aveva subito zittiti tutti, noi studenti al primo anno di liceo, freschi di scuola media, noi studenti indisciplinati e scalmanati, che facevamo fatica a stare fermi sulle sedie. La prof. di lettere, con quei suoi occhiali enormi e gli occhi che, da sotto le lenti, si illuminavano quando parlava di Leopardi o D’Annunzio, lei che dietro la corazza nascondeva un cuore grande, lei che ci sosteneva se qualcosa ci faceva soffrire, lei, che un giorno mi si è avvicinata dicendo:”Tu sei nata per scrivere.” La prima persona che ha creduto in me, la prima persona che mi ha indirizzata verso il futuro, l’unica che ha saputo accendere in me la passione per lo studio, per la letteratura, per i libri, quando non sapevo ancora chi fossi e cosa volessi dalla vita, quando ero una ragazzina alle prese con le prime delusioni, i complessi di inferiorità e le insicurezze tipiche di quell’età. Ricordo che mi prestava quantità industriali di libri, li leggevo in pochi giorni e glieli riportavo e ogni volta lei mi guardava con orgoglio. Per quello sguardo avrei fatto di tutto. Ma una mattina la prof. di lettere è andata via. Era giunto per lei il momento di andare in pensione. Le abbiamo organizzato una festa di addio, eppure nessuno di noi era felice. Al suono della campanella dell’ultima ora, ci siamo guardati negli occhi, consapevoli che un pezzo della nostra vita sarebbe andato via con quella minuscola donna di mezz’età, consapevoli di aver perso una guida, un punto di riferimento, una persona vera, autentica, amante del proprio lavoro e dei suoi ragazzi.

Ritorno a quei momenti con tanta nostalgia, adesso che ho quasi trent’anni e non ho un futuro, adesso che mi divido tra un lavoro precario e un altro, adesso che è finito il tempo dei sogni e il domani ha la forma di un grosso punto interrogativo. Adesso, che gli studenti non rispettano più i professori, adesso che i professori sono sempre più stanchi di essere additati come nullafacenti che rubano lo stipendio a fine mese, adesso che la scuola è trattata come l’ultima ruota del carro, quando invece senza di essa il carro resta arenato all’ignoranza e all’inciviltà. Adesso che la campanella della vita è suonata anche per me e la spensieratezza degli anni di scuola ha lasciato il posto all’amarezza di una società che non offre più niente, se non vuoto e superficialità. Adesso che non so più se la mia cara prof di italiano, sapendo che sono laureata anch’io in lettere e aspiro a fare l’insegnante, mi guarderebbe con orgoglio o compassione.

Rita Parisi
Laureata in lettere moderne (ind. musica e spettacolo), collaboratrice di un quotidiano on line, autrice di un libro di poesie, edito nel 2003, per la casa editrice “LibroitalianoWorld”.


Lettera ai miei alunni di Alberto Arecchi

January 5, 2010 by admin · Leave a Comment
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Sono partito per l’ Africa, tanti anni fa, come operatore di pace. Provenivo da una società tecnologicamente avanzata, più o meno come i conquistadores di qualche secolo fa, che arrivavano con cavalli e cannoni, o come i marziani dei film di fantascienza. Non m’illudevo di portare “la civiltà”, ma pensavo che la mia opera potesse contribuire a risolvere i problemi della fame e della sete nel mondo. In realtà ero io che avevo bisogno di vivere un “altro” mondo, fatto d’avventura, di messa in gioco quotidiana di se stessi, di totale libertà… ma era gioco fingere che fossero gli altri ad aver bisogno di me.

Giocavo istintivamente la libertà di sentirmi parte d’un mondo più avanzato, più efficiente, forse migliore e meno corrotto… ma quando tornavo “a casa” mi accorgevo con tristezza che la mia realtà non era migliore delle altre. Sentivo il bisogno impellente di ritornare a “quell’altro” mondo, perché lì era la mia vita, lì mi sentivo utile. Mi sentivo più a casa mia quando ritornavo laggiù. Scendevo dall’aereo nella notte calda, sotto i grandi ventilatori che ruotavano; il controllo del passaporto e via, verso una casa in riva all’oceano, in mezzo al deserto, sulla sponda d’un fiume popolato dagli ippopotami o nel patio d’una casa moresca, in un’oasi inondata dal profumo di zagara.

Vivere laggiù è stato come essere una di quelle onde, che lambiscono i lidi degli oceani. La Boscaglia, la Savana, il Deserto sono come mari, le piste li attraversano come rotte e i porti, dove chi ritorna è immediatamente riconosciuto per i suoi ricordi: “lei ha conosciuto l’Hôtel Transat?”… Non c’è più, ma tu sei come uno della famiglia, perché ci sei stato.

Quando sono ritornato, mi sono accorto che la nostra società, che sembrava grande, internazionalista, aperta al mondo con solidarietà, era in realtà come un piccolo villaggio. La mia lingua era diventata diversa, sorridevo e fissavo la gente negli occhi, non la soppesavo dal valore degli abiti o dallo splendore della punta delle scarpe. Sapevo districarmi in circostanze difficili e dialogare con uomini del popolo, come con i ministri. Inspiegabilmente, però, qui sembrava che non fossi mai esistito, neppure per i vecchi amici, come un moderno Ulisse che fosse stato assente per secoli dalla propria città.

È stato così che, all’età di quasi quarant’anni, mi sono ritrovato solo, senza ragioni apparenti, in quella che un tempo era stata la “mia” realtà, dopo aver vissuto in mondi diversi, che mi accettavano per quello che ero realmente.

Difficile intraprendere un’attività professionale, troppo spesso ridotta a semplice esercizio mercantile con clienti ottusi. Difficile non sognare il ritorno agli spazi d’infinita libertà, alle spiagge lungo l’oceano o alle distese di dune del deserto.

Forse questo vi aiuterà a capire perché il vostro insegnante, pur alla fine della sua “carriera”, insegna come precario nella scuola pubblica e si lascia spostare ogni anno, come un birillo, da una scuola all’altra.

Alberto Arecchi

Architetto, 61 anni, insegnante precario di Disegno con incarichi annuali nella scuola pubblica, dopo una “carriera” di quasti vent’anni in Africa, come esperto di Cooperazione allo Sviluppo.


Primo giorno di scuola di Alberto Tristano

January 5, 2010 by admin · Leave a Comment
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Che figo ! Ragazzi, che emozione ! La piccola “capellona di papà”, stamane, ha iniziato la sua avventura alle superiori. Si è vestita tutta carina, per quanto la moda clownesca degli adolescenti di oggi permetta di esserlo. Ieri è persino andata dal parrucchiere. Siamo arrivati con largo anticipo sulla prima campana. Ci siamo mischiati a centinaia di altri ragazzi, che, per gran parte, già si conoscevano. Qua e là mamme e papà a scortare i loro “piccoli” di quarto ginnasio. Mia figlia ha anche riconosciuto “uno” ( che a suo dire somiglia al batterista dei blink 182) proveniente della sua stessa scuola media. Si, perché questo liceo classico che abbiamo scelto non è quello del nostro quartiere. Quindi di amici, che lei conosce, manco l’ombra. Tuttavia non è voluta andare a trovare solidarietà con questo tizio nonostante il mio spronarla (ha detto :”se vuole, viene lui” .”brava, bella de papà !”). Ho percepito la sua tensione e per stemperarla, visto che era presto, siamo andati a localizzare la fermata del bus che, ogni giorno, la riporterà a casa. Quando nessuno degli studenti ci vedeva, le ho proposto di farsi ritrarre in una foto come quella che facemmo il primo giorno delle elementari. Quella foto è dolcissima. Si vede lei, con il suo grembiulino bianco, zaino rigorosamente sulle spalle, fronte aggrottata a tradire emozione, mani sui fianchi (nella più cromosomica delle pose paterne) e gamba destra in avanti. Così stamane, ridendo, abbiamo rifatto la stessa foto otto anni dopo. A pensarci bene un padre deve essere anche un po’ pedante (altrimenti che “vecchio” sarebbe ?) è quindi l’ho, pedantemente, costretta a prendere tutti gli opuscoli con i libri di testo che venivano distribuiti dalle cartolerie della zona. Per ingannare l’attesa, abbiamo deciso di controllare il suo equipaggiamento: euro sette (una banconota da cinque e una moneta da due), tessera intera rete mese di settembre metrebus per studenti (valore diciotto euro). Cellulare rigorosamente privo di credito (m’è toccato andare al bancomat e “regalarle” cinquanta bombe da bruciare in sms zeppi di k nn tvtvtvtb etc etc..). Lei poi è stata felice nel constatare che il suo eastpack lo avevano anche altre ragazze (cosa strana perché tra qualche anno “rosicherà una cifra” quando un’altra sarà vestita come lei ad una festa). Io sono stato felice di vedere che è più alta di altre ragazze magari di quinto ginnasio o del primo liceo. Manca ancora qualche minuto. Notiamo più di uno studente con t shirt (si dice ancora così ?) dei Sex Pistol. Ho spiegato a mia figlia quanto questa gente sia obsoleta. Le ho detto “ma sai quant’è che Sid Vicius se n’è andato agli alberi pizzuti ? (ardito eufemismo a significare la dipartita terrena del leader del gruppo punk). E poi il buon Sid ha defenestrato la sua fidanzata ! Dico a mia figlia che, probabilmente, Sid avrebbe buttato di sotto volentieri anche questi suoi giovani fans. Driiiiin. Campana di ingresso. La bacio sulle guance e sento l’emozione del momento. Mi guarda torva e mi intima: “non ti permettere di oltrepassare l’ingresso del portone!”. Sorrido e rispetto i suoi desiderata. Come un branco di bufali scalpitanti, i ragazzi entrano nel palazzo umbertino. Restiamo fuori noi genitori dei “piccoli”, a guardarci in faccia. Ad assaporare questo momento. A tornare indietro con la mente al nostro primo giorno di liceo. Secoli fa eppure nulla è diverso. Riforme, riforme. Vogliono impoverire la nostra società, toglierci la gioia di vedere i nostri ragazzi crescere e diventare uomini e donne. Passando attraverso i professori con le loro piccole manie, attraverso gli scioperi e le occupazioni. I dibattiti e le gite. Attraverso le versioni di Cesare e le avventure di Renzo e Lucia. Fanculo i cambiamenti. Chi governa ha l’obbligo di migliorare la qualità della vita dei cittadini e cancellare, con tagli di spesa, la scuola pubblica ci impoverisce sotto tutti i punti di vista. Per un attimo sento la rabbia montare dentro me. Ma poi ripenso agli occhioni di Isabella, che sta iniziando questa sua meravigliosa stagione. Per fortuna lei, ancora può godere di una scuola libera e alla portata di tutti. Mi prende una sensazione di gioia e di dolcezza insieme. Ti auguro tutto il bene del mondo, piccola mia. Questi anni saranno tra i più importanti della tua vita. Vivrai intensamente ogni istante. Farai amicizie che rimarranno per la vita. Imparerai. Sbaglierai. Vincerai. Piangerai (poco, spero). Sorriderai (tanto, te lo auguro). Crescerai. Diventerai una donna. In questi quattordici anni mi hai sempre fatto sentire fiero di te. Sono sicuro che continuerò ad esserlo. Da parte mia, amore, una certezza: papà tuo, per te, ci sarà. Sempre.

Alberto Tristano

Ultraquarantenne romano, lavora in ambito
finanziario. Ama scrivere corti racconti amaramente ironici sui
problemi dei nostri tempi. E’ in fase di pubblicazione il suo primo
romanzo “Il diario di Giovanni Ponte”.


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