Entusiasmi fiaccati, racconto sulla scuola di Giuseppe Acciaro
Mentre alle elementari sembrava che tutte le materie insegnate fossero amalgamate tra loro, non posso dire la stessa cosa nel corso delle scuole medie e superiori. L’approccio con gli alunni degli insegnanti era quasi sempre il medesimo: poche parole di presentazione, gli scolari che pronunciavano il loro nome per permettere al professore di iniziare il processo di memorizzazione, e poi via con la materia nuova, senza che il docente indicasse una sorta di tracciato, un modo per avvicinarsi ad essa, per assimilarla meglio, ed eventualmente le soddisfazioni che avremmo potuto trarre dall’apprendimento. Sarà che alle elementari era tutto nuovo, fresco, embrionale, e l’elemento giocoso cementava il tutto, ma in seguito ho percepito spesso delle materie come ostiche, pesanti. Difficilmente l’insegnante trasmetteva una propria e vera passione per la sua materia, e questo si avvertiva, spegnendo la curiosità iniziale degli studenti. Si aveva la fortuna a volte di imbattersi in un professore più entusiasta e coinvolgente, ma difficilmente continuava il suo lavoro nella stessa scuola: generalmente veniva trasferito prima del previsto (forse a causa della sua originalità nel metodo d’insegnamento).
Si doveva incentivare allo studio, e non appiattire attitudini personali e creatività, come se lo scolaro fosse invece costretto a svolgere un tipo di lavoro ripetitivo e meccanico.
La mancanza di impegno genera sovente un forzato disimpegno.
Generazione a scuola, racconto di Giuseppe Acciaro
Mio nonno mi parlava spesso di come fossero severi i suoi professori durante gli anni del liceo classico. Erano particolarmente esigenti durante le interrogazioni e le versioni in lingua latina e naturalmente anche riguardo l’apprendimento dell’Italiano. Quando raccontava mio nonno non usava un tono nostalgico, tutt’altro. Avvertivo del rammarico, ma lui non ha mai chiarito questa mia impressione, per una giovinezza trascorsa ampiamente sui libri di scuola.
Mio padre, invece, seguita a rievocare i giorni in cui partecipava alle assemblee e quando interveniva per dire la sua opinione su una scuola che doveva cambiare, sui professori inadeguati, su quanto stava avvenendo nella società. Era il periodo delle grosse crisi personali nei confronti dell’istituzione scolastica. Gli studi venivano abbandonati non tanto per delle pressanti questioni economiche sorte in un nucleo familiare, ma per problemi legati alle insoddisfazioni degli scolari, a delle aspettative frustrate.
Ed Io? Mi trovo in una specie di limbo…Ogni tanto avverto un tentativo di riproporre vecchi metodi di insegnamento, mentre certe riforme, se attuate, porterebbero in altre direzioni, verso nuovi orizzonti da esplorare e da definire, con tutti i rischi del caso. Vi sono, forse, troppe dispense e rimpiango quei tomi corposi e consistenti che utilizzavano mio nonno e mio padre. C’è un eccessivo frazionamento nell’ambito della stesa materia, come se bisognasse studiarla in tante sezioni, difficilmente unificabili. Anche ora la società sta cambiando, ma mi sfuggono il modo e le finalità. Prendo a volte dei bei voti, ma non riesco a rendermi bene conto se sono portato in un certo campo o meno.
Mio nonno, invece, lo sapeva perfettamente.
Racconto sulla scuola di Giuseppe Acciaro: Sguardo velato
Stavo facendo birdwatching vicino al ponte sospeso, non molto lontano da quello splendido agriturismo nel cuore della Toscana e dalla scuola (un istituto all’avanguardia) posta nella parte periferica della cittadina. Provavo ad individuare, servendomi di un buon binocolo, la presenza di un grazioso codirosso. Lo scorsi che sfiorava una fila di faggi, poi volò rapidissimo sopra un gruppo di pietre. I ragazzi di una scolaresca uscirono chiassosamente scendendo disordinatamente i gradoni dell’edificio. L’uccellino compì un breve salto, poi si collocò in una cavità di un muro sbrecciato. La professoressa parlava coi ragazzi indicando qualcosa in direzione dell’uccellino. Infilai il binocolo nella sacca della borsa a tracolla, quindi d’impulso attraversai il ponte, rischiando anche di infilare un piede tra due malmesse tavole di legno. Gli studenti si bloccarono, incuriositi dalla mia azione. Ansimante per lo scatto, mi fermai a pochi metri da loro. Parlai all’insegnante, che conoscevo poiché vivevamo nello stesso paese. Da un paio d’anni era diventata di ruolo, tenendo lezioni di Scienze e Matematica. Le chiesi, aspettandomi una risposta affermativa, se avesse visto il codirosso. Con aria distratta, mi disse che le era parso di averlo notato, ma dato che non l’aveva mai visto prima di allora, ne ignorava il nome e le caratteristiche. Gli studenti non sembravano interessati all’argomento, e si allontanarono frazionandosi in gruppetti.
“Lei insegna Scienze, no?”, chiesi alla donna, in un tono che lei percepì subito come polemico.
“Certo, credevo che lo sapesse.”
Feci un cenno di saluto con la mano e tirai fuori il binocolo, tentando ancora di rintracciare il codirosso, che si era alzato in volo. Affiorarono nella mia mente alcuni ricordi scolastici di situazioni simili a quella che avevo appena vissuto; li scacciai d’impegno e mi concentrai sulla natura circostante.
Racconto sulla scuola di Giuseppe Acciaro: Un’ipotesi
La sera prima avevo fatto tardi in casa di amici; una festa alla quale non avevo potuto rinunciare per non offendere una mia carissima amica. Così quel giorno mi sentivo leggermente intontito, e le parole dell’insegnante di matematica le recepivo con molta fatica, anche perché il tono usato mi sembrava più stanco e blando del solito, come se anche la professoressa non avesse dormito a sufficienza. Stava parlando di parabole e iperboli, ma le spiegazioni relative mi parevano un po’ confuse. Sentivo che aveva fretta di arrivare al punto che più le premeva: ovverosia le formule, quelle che poi dovevano risultare chiare e inconfutabili, con la chiarezza assoluta delle tavole sacre. I passaggi a vuoto sembravano palesi, ma l’insegnante sapeva districarsi con consumato mestiere, dribblando le domande che rischiavano di minare la sua credibilità. Inclinai il capo appoggiando una guancia sul palmo della mano e tenne il braccio meno teso. Pensai alla professoressa che tentava idealmente di ripartire quasi da zero, spiegandoci la materia anche in chiave storica ed evolutiva, citando anche studiosi, i tentativi, anche se a volte infruttuosi, di innovazione, i grandi sperimentatori. Ne sarebbe derivato un apprendimento più complesso ed articolato, ma sarebbe stato un modo di inserire una chiave di accesso decisamente stimolante. Avevo gli occhi chiusi, e un’espressione, così mi dissero, estremamente rilassata.
Mi destai dal mio creativo torpore; l’insegnante mi aveva ingiunto di andare alla lavagna per illustrare ai miei compagni quello che avevo capito.
Tutto regolare…

