Bologna: sciopero della fame per la scuola pubblica

May 22, 2011 by admin · Leave a Comment
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BOLOGNA 19 – 26 MAGGIO 2011

Bologna grande iniziativa a difesa della scuola pubblica. L’iniziativa, molto forte, sta avendo un buon successo mediatico grazie all’adesione di personaggi pubblici come ad esempio Ivano Marescotti.
Genitori e docenti protestano, con uno sciopero della fame, contro i tagli alla Scuola Pubblica in Via Castagnoli , a 2 passi dal Teatro Comunale . Tutti i bolognesi sono invitati ad aderire all’iniziativa, a recarsi presso il presidio e a sostenere il diritto dei Cittadini.

PRESIDIO PERMANENTE DAL 19 AL 26 MAGGIO


Il ministro che vorrei, di Caterina Altamore

September 14, 2010 by admin · Leave a Comment
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Riportiamo una lettera aperta pubblicata da Caterina Altamore il giorno lunedì 13 settembre 2010 alle ore 11.51, durante il viaggio verso il suo posto di lavoro al nord. Ricordiamo che Caterina Altamore è la precaria palerminata che ha fatto, insieme ad altri colleghi, lo sciopero della fame contro i tagli della riforma Gelmini.

Il Ministro che vorrei

Mi trovo su una nave che mi sta “rideportando” a Brescia e in 22 ore di viaggio non posso che riflettere su questi ultimi anni della mia vita, anni di proteste, lotte, conquiste, delusioni, discorsi piene solo di parole, entusiasmi scoraggiati dall’apatia e dalla rassegnazione di chi allarga le braccia aspettando di essere crocifisso. Essere costretta ad ascoltare, senza diritto di replica, le dichiarazioni del mio ministro che, nonostante lo sciopero della fame, non mi vuole incontrare perché, a suo dire, sono “ falsa precaria” e parla di una riforma epocale e di punti qualificanti.

Il ministro che vorrei dovrebbe spiegare a chi lavora nella scuola e alle famiglie dove possono trovare questi punti qualificanti.

Il ministro che vorrei dovrebbe difendere il diritto allo studio e investire sulla scuola, sull’università e sulla ricerca.

Il ministro che vorrei non dovrebbe prestate il suo nome e la sua faccia per distruggere la scuola pubblica statale, perché questa è davvero una “RIFORMA EPOCALE”

Il ministro che vorrei dovrebbe “TIRARE LE ORECCHIE” a Tremonti non permettendogli di togliere denaro solo alla scuola statale e non alla privata..

Il ministro che vorrei non dovrebbe chiamare un “TAGLIO” di otto miliardi

“ RIFORMA”.

Il ministro che vorrei dovrebbe valorizzare chi lavora nella scuole e non farli apparire “FANNULLONI”, dimostrando di non essere mai entrata in una scuola.

Il ministro che vorrei non butta in mezzo ad una strada dei docenti che con passione hanno formato per tanti anni nuove generazioni nè permetterebbe che “precario” sia la parola più usata in una scuola di “qualità”.

Il ministro che vorrei dovrebbe tutelare bambini poveri, ricchi, stranieri e soprattutto i diversamente abili e investire sul loro futuro.

Il ministro che vorrei dovrebbe essere il ministro dell’ISTRUZIONE, capace di “riformare” con anni di sperimentazioni e studi pedagogici.

Il ministro che vorrei è quello che VOGLIO!

Non è più una lotta personale ma una lotta di civiltà!

Caterina Altamore

La storia siamo noi… Soprattutto ora!

September 2, 2010 by admin · Leave a Comment
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Appello di Marcella Raiola a tutti i fatalisti, deterministi e rassegnati, perché non tradiscano la loro vocazione e la loro professione di “fede” nella Scuola.

CARISSIMI COLLEGHI (includo Ata, Collaboratori etc. etc., ovviamente, perché la scuola si regge grazie allo sforzo di TUTTI quelli che vi lavorano con devozione)… noi pallosissimi insegnanti del liceo classico, spesso sottoponiamo agli alunni testi da tradurre che contengono quelle che noi gli insegnamo a chiamare “parenèsi”, cioè discorsi di esortazione, di incitazione, specie alla lotta. Gli facciamo anche leggere classici in cui si trovano questi discorsi, che spesso sono esaltanti, se attualizzati, come quello di Calgaco, nell’Agricola di Tacito, che ispirò il movimento del ’68 (Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: dove fanno il deserto, lo chiamano “portare la pace”… Chi non ricorda questo famoso slogan antimperialista?), oppure come il discorso contenuto nella lettera di Mitridate, re del Ponto, ad Arsace, nelle Historiae di Sallustio, dove Mitridate, CONVINTO di poter BATTERE i Romani (che all’epoca non parevano affatto imbattibili e che spesso hanno vinto con il denaro e la corruzione, non col valore militare!) chiama i Romani “raptores orbis”, predatori, stupratori del mondo intero (vd. l’inglese “rape”)…
Noi facciamo notare agli alunni la climax, il tricolon… Ma è difficile scrivere un discorso “parenetico”, per noi, specie se le truppe sono demoralizzate, stanche, esasperate e confuse.
E tuttavia, bisogna farlo!
Amici, a nessuno sfugge che il moltiplicarsi di iniziative estemporanee ma “estreme”, come gli scioperi della fame condotti dai colleghi palermitani, livornesi, milanesi, beneventani, ha catalizzato dei processi e polarizzato l’attenzione degli “altri” sul pianeta scuola. Il sussulto di dignità che la scuola ha avuto sta facendo breccia nel sentire comune e sta demolendo gli stereotipi diffamatòri creati e diffusi dal governo per poter poi “tagliare” la testa al personale scolastico in una misura mai contemplata.
Gli occhi espressivi e fissi di Giacomo e lo sdegno di Caterina, in sciopero della fame a Montecitorio, in una piazza “di potere” al momento presidiata dal popolo, occupata dal popolo, pretesa dal popolo, che del potere deve essere il detentore consapevole e culturalmente avanzato, sono andati anche al di là della denuncia relativa alla scuola: hanno risvegliato le coscienze narcotizzate, esortando gli spettatori a ridiventare cittadini, a dire parole, a pensare pensieri critici, a sputare sullo schifo indicibile che ci sommerge, a cacciare i mercanti dal tempio delle istituzioni.
Prodi vinse il suo confronto televisivo contro Berlusconi perché disse una parola che non fa parte del gergo politico, ma che la politica dovrebbe avere in fondo ad ogni suo percorso e progetto. La parola era: FELICITA’. Noi l’abbiamo dimenticata. Abbiamo solidarietà, gioia dello stare insieme nella disperazione e nell’analisi lucida delle nostre condizioni, letizia nell’apprendere di un successo, sorriso di incoraggiamento, ma non proviamo più la felicità. Prodi perse il suo potere perché trascurò la felicità promessa e si dispose a contare banconote, a far quadrare i bilanci, deludendo le aspettative dei suoi elettori sul fronte emotivo e psicologico.

La gente si sentì beffata e corse di nuovo dietro al pericoloso pifferaio che la felicità non la prometteva, ma la incarnava, facendola coincidere, però, col crasso godimento volgare.
Diceva Eraclito: “Se la felicità stesse nei beni materiali, allora dovremmo dire “felici” i buoi quando trovano cicerchie da mangiare!” . I buoi sono sempre nelle nostre mangiatoie. E’ ora di aggiogarli e mandarli ad arare i campi che hanno saccheggiato!
Oggi, altri occhi espressivi ho incontrato, occhi che non conosco ma che ora riconoscerei tra mille, occhi che brillavano e brillano di determinazione. Ero andata all’assemblea dei precari, presso la solita sede, con la solita prospettiva di ritrovarmi assieme ad altre 10-15 persone al massimo a discutere del da farsi, a deprecare, a esecrare e deplorare. A un tratto, mi sono ritrovata all’altro capo della fila di sedie. Ho fatto spazio ad una, un’altra, un altro e un altro ancora. Entravano da sconosciuti, ma si guardavano e ci guardavano come se fosse la millesima volta che entravano. Non sono servite presentazioni né preamboli.
Mentre i coordinatori parlavano a tutti, in una sala mai così gremita, e ascoltavano le proposte di tutti, mi è venuto in mente un brano di una famosa canzone di De Gregori, che dice: “E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare; quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare; ed è per questo che la storia dà i brividi: perché nessuno la può fermare”…
Un brivido mi ha veramente percorso, perché la gente davvero sa dove andare, quando comincia a capire che E’ la Storia, che FA la Storia, che PUO’ SCRIVERE la Storia.
E’ retorica? Scusate…, ma noi che insegnamo??? RETORICA, ARTE DEL DIRE, ARTE DEL COMMUOVERE E PERSUADERE, ARTE DEL RIUTILIZZARE FUNZIONALMENTE PAROLE GIA’ DETTE PER DARE DIGNITA’ AL NUOVO O PER DESTITUIRLO DI FONDAMENTO!! Noi che la spieghiamo, cerchiamo, allora, di somatizzarne i valori!
NON CE NE FREGA NULLA SE VINCEREMO O PERDEREMO: LOTTARE E’, OLTRE CHE UN IMPERATIVO ETICO, UN OBBLIGATO PASSAGGIO PEDAGOGICO E DIDATTICO: Come entreremo, se mai entreremo più, in una classe, come potremo autodefinirci, se la nostra faccia non sarà associabile ad un solo slogan, ad una piazza, ad una lotta? Con che legittimità spiegheremo la parenèsi ai ragazzi, se non ci saremo mai fatti sedurre dalle sue sirene? Chi crederà alla nostra buona fede, alla nostra autenticità?
Mitridate ha perso, ma al potere c’era Pompeo, c’era la Res publica romana, c’era il mos, c’era la Politica. Il nostro nemico non è un Cesare magnanimo, uno Statista: è uno squallido fenomeno da baraccone, uno spettro che rifugge dalla luce proiettata dalla cittadinanza attiva.
Non pensiamo a cosa faranno “loro”, a come ci risponderanno, a cosa “ci faranno”; pensiamo a cosa fare, a come rispondere, a cosa gli faremo. Cominciamo a scrivere la storia. Le sconfitte sono le cose più feconde, per la storia. Tutti quelli che hanno scritto la storia sono stati uccisi, sono stati apparentemente sconfitti, ma hanno cambiato qualcosa, spesso tutto…
Nei prossimi giorni, da domani all’8 settembre, la Storia la scriveremo davanti ai provveditorati e in piazza a Roma. Una storia piccola piccola, che può diventare, però, nei libri del domani, un modello di resistenza per generazioni che non intendano “cascarci” più.

TUTTI IN STRADA A MANIFESTARE!

Marcella Raiola

UOMINI E TOPI. Una giornata surreale per un concreto impegno – Riflessioni al rientro da Roma di Marcella Raiola

August 31, 2010 by admin · Leave a Comment
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Abbiamo chiesto all’autrice, Marcella Raiola, il permesso di pubblicazione del suo bel reportage sulla sua giornata romana di protesta, insieme ai colleghi che stanno facendo lo sciopero della fame, contro i tagli della riforma gelmini.

UOMINI E TOPI. Una giornata surreale per un concreto impegno

Ho elaborato le riflessioni che seguono a partire dalla forte esperienza di condivisione delle atmosfere, delle riflessioni e delle emozioni indotte dalla lotta contro la Riforma Gelmini, condotta, ora, persino con l’arma estrema dello sciopero della fame. L’ho fatto per “complessificare” dati e situazioni che rischiano di essere fagocitati dall’approssimazione o da un ingiusto discredito e per coinvolgere nel dibattito quanti ancora non si siano fatti sentire, sia pure per confessare la loro rassegnazione.

Diceva Gorgia che le cose non esistono, che se esistessero non sarebbero conoscibili e che se fossero conoscibili non sarebbero comunicabili, perché la parola è un’altra “cosa”, cioè una duplicazione dell’oggetto che essa millanta di definire, afferrare e racchiudere nelle sue sillabe incantatrici e provocatorie.
Nel famoso film di Martone “Morte di un matematico napoletano”, ispirato alla vita di Renato Caccioppoli, il professore napoletano considerato un genio, c’è una scena in cui l’attore che lo impersona, facendo ruotare disperatamente una mano attorno al suo polso, paragona la mano alla parola e il polso cui è attaccata, invece, alla “cosa”, all’Essere. La mano tenta disperatamente di afferrare il polso, ma non può. Non riesce.
Mi sono venute in mente tutte queste strane reminiscenze, ieri, mentre, sotto un padiglione improvvisato a Viale Trastevere, a Roma, in uno spiazzo di terra invaso da immondizie e percorso estemporaneamente da topi di campagna di considerevolissima dimensione, che si trova a poca distanza dal Ministero della Pubblica Istruzione, sedevo su una sedia da giardino, assieme ad una ventina di docenti precari convenuti da varie regioni d’Italia, poco distante dai due colleghi di Palermo che hanno intrapreso (uno da 11, l’altra da 2 giorni) lo sciopero della fame.
Pensavo alla discrepanza tra parole e cose perché, anche se ragionarci sopra è praticamente il mio mestiere, càpita raramente di trovarsi in una situazione in cui si può concretamente verificare lo scollamento tra la rappresentazione di un fatto, sempre cristallizzante, parziale, rimodellata o interessatamente retorizzata, e la sua natura sfuggente e polivalente.
In una Roma deserta e afosa, riuniti in un’assemblea che somigliava molto ad un bivacco rom e molto poco ad un raduno di insegnanti, ma che aveva assai più dignità di qualunque rissosa seduta dell’attuale Parlamento, insozzato dalla rozzezza squadrista di leghisti e pidiellini e devoluto alla ratifica delle sconce proposte berlusconiane o alla svendita di sé in cambio di prebende o “massaggiatrici di qualità”, abbiamo parlato ancora e ancora di scuola, di istruzione, di lotta, e lo abbiamo fatto guardando negli occhi Giacomo, deperito ma sereno e lucido, e Caterina, vitalissima e prorompente, confrontandoci con la loro volontaria scelta, senza lesinare critiche, rimbrotti e perplessità.
La realtà è complessa, molto complessa. Uno sciopero della fame è una cosa che può apparire eroica o disperata, narcisistica o provocatoria, dolorosa o esaltante e, ancora una volta, sta alla parola, ai comunicati, alle interviste, alla nostra “amministrazione” (tutta squisitamente “politica”) della situazione, rimandare alla gente da coinvolgere quel significato e quelle sensazioni che di volta in volta siano ritenute più opportune e “produttive”. E’ un processo che potrebbe essere non sempre eticamente connotato nel senso della limpidezza.
E’ un processo che comporta scelte gravose, rinfacci, duro scontro. Giacomo e Caterina lo sanno; lo sapevano fin da quando hanno iniziato. Non sono degli ingenui; non sono dei sempliciotti; non sono dei semplicisti.
Voglio solo accennare ad alcuni dei problemi che sorgono quando la lotta arriva ad un certo stadio, per far comprendere quale logorio mentale, coscienziale e morale comporti la partecipazione a tutto ciò e quanto le cose spesso semplificate e banalizzate risultino, invece, intricate e, nello stesso tempo, paradigmatiche, capaci di illustrare, cioè, a livello funzionale, ogni meccanismo e dibattito democratico.
Primo problema: due che fanno lo sciopero della fame ad oltranza davanti a Montecitorio, quali che siano le loro ragioni, quando un governo traballa, diventano ambìte “prede” di varie forze politiche, strafottenti e latitanti fino a che non gli è convenuto strumentalizzare la cosa e tutt’a un tratto indignatissime di fronte all’estremo gesto degli “onesti lavoratori”. Dov’è il problema? Nel decidere, da protagonisti della lotta, se a questa gente si debba sputare in faccia o se, considerando che le leggi nascono e muoiono in Parlamento e non per strada, sia comunque utile strumentalizzarla a nostra volta per ottenere qualche concreto risultato
Secondo problema: due che fanno lo sciopero della fame non possono farlo fino a morirne, perché metterebbero tutti gli altri precari in condizione di sentirsi in colpa atrocemente tutta la vita, per non parlare dell’abbandono dei cari, del lutto irreparabile… Ma come si fa a “ripiegare” onorevolmente, in un’ottica politica, quando si è arrivati allo stremo, senza dare l’impressione che si alzi bandiera bianca?? Paradossalmente, un’azione del genere può essere efficace, mediaticamente e politicamente (forse!) solo se lo scioperante ci lascia le penne!! Tutto questo abbiamo detto davanti a chi si stava astenendo da giorni dal cibo. Di tutto questo loro si rendono conto. Hanno risposto che l’azzardo è proprio quello di produrre una reazione prima che le loro condizioni degenerino. Del resto, l’attenzione mediatica è stata ottenuta grazie al loro gesto, e questo è indubitabile!
Terzo problema: Bisogna stabilire se un presidio permanente in una piazza “nodale” come Piazza Montecitorio “distolga” o meno l’attenzione dalle altre iniziative non meno “forti” attuate in altre parti d’Italia (a Pisa hanno bloccato le nomine; si preparano volantinaggi nei singoli provveditorati, tre prèsidi di Bologna hanno dichiarato che si rifiutano di aprire i loro istituti perché i tagli non consentono manco l’ordinaria gestione della vita scolastica etc. etc.)… Altra discussione, altro giro di opinioni, altro confronto su ciò di cui non si deve né si può evitare di parlare, come molti precari, che badano solo a verificare lo stato dell’alternativa “posto sì/posto no”, ancora non arrivano a capire.
Siamo pervenuti ad una mediazione: il presidio va tenuto, stanti le attestazioni di solidarietà politica che stanno arrivando, ma occorre considerarlo come l’ideale fulcro cui riferire tutte le altre azioni. Nel concreto, ciò vuol dire che chi non piglia incarichi e capisce, finalmente, che gli hanno tagliato le gambe, dovrebbe partire e piazzarsi a Roma a braccia incrociate accanto a Caterina e Giacomo, per un’ora, per due ore, per un minuto, per condividere simbolicamente la loro sorte e farsi “rappresentare” dal loro stato organico di progressivo deperimento da ingiustizia sociale, da “fame” di cultura.
Alla fine dell’assemblea, abbiamo taciuto e siamo giunti alla stessa convinzione: ABBIAMO TUTTI RAGIONE. Abbiamo ragione quando facciamo lo sciopero della fame e abbiamo ragione quando ne evidenziamo i pericoli e i limiti; abbiamo ragione quando diciamo che i politici dovrebbero avere la decenza di non accostarsi e quando diciamo che invece è bene che, sia pure in questa estrema fase della lotta e tardivamente, ci siano vicini e facciano gli interessi della scuola pubblica per una volta nella loro vita; abbiamo ragione quando diciamo che non possiamo e abbiamo ragione quando diciamo che dobbiamo a tutti i costi; abbiamo ragione quando diciamo che siamo esausti e abbiamo ragione quando diciamo che resisteremo un minuto più di chi ci vuole affossare…
Nel generale sgomento per la violenza che il nostro senso comune e la nostra normalità stanno subendo, non ha senso parlare di rassegnati e non rassegnati, realisti e idealisti, barricaderi e lassisti: abbiamo tutti ragione.
Io voglio, allora, visto che le speranze di recuperare la nostra dignità e il nostro ruolo di docenti sono appese a un filo, quale che sia la nostra sorte quest’anno, invitare TUTTI I COLLEGHI E GLI STUDENTI, vittime anche loro di questa dissennata distruzione della scuola pubblica, a ESSERCI, CON LA PROPRIA RAGIONE SINGOLA E SINGOLARE, a PASSARE PER MONTECITORIO, A LANCIARE IL PROPRIO URLO CONTRO CHI FA LA FAME o a PORTARE LORO IL PROPRIO ABBRACCIO.
Proprio perché non abbiamo nulla da perdere, proprio perché siamo stati già sconfitti dalla necessità stessa di arrivare a questo punto, a questo ricatto, a questa forma di follia, possiamo potenziare al massimo, ora che è inutile, la nostra reazione, la nostra reattività. Passiamo tutti per Piazza Montecitorio, dunque: ognuno di noi sarà come uno degli orchestrali del Titanic, che ribadirono la loro suprema superiorità di esseri umani sopra un destino ottuso, suonando imperturbabilmente melodie briose, mentre il nero li inghiottiva.

di Marcella Raiola

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