Scuola privata: dichiarazioni pericolose di Formigoni

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“Siamo seriamente preoccupati – dichiara il coordinatore nazionale dell’UdS Mariano di Palma – delle dichiarazioni che oggi ha fatto Roberto Formigoni. è inaccettabile in una situazione come questa: in cui la scuola pubblica è in ginocchio, noi studenti siamo costretti in strutture non a norma, senza finanziamenti al diritto allo studio, e con il preoccupante indirizzo del governo a diminuire ulteriormente i fondi per l’autonomia scolastica raggiungendo il minimo storico, mentre i privilegi delle scuole private rimangono immutati, che Formigoni si permetta di palesare una rivendicazione del genere ovvero pretende che le scuole private vengano ancora più avvantaggiate.”
Oggi ci siamo fatti sentire con flash-mob e assedi sonori in tutto il paese rilanciado un’idea di scuola pubblica, vorremmo che quest’idea fosse presa seriamente in considerazione. Lo ribadiremo con la mobilitazione del 7 ottobre quando in oltre 100 città ci mobiliteremo con cortei e manifestazioni.
Rete della Conoscenza
“Un contributo di libertà” di Marcella Raiola

Un contributo “vissuto” alla diatriba su scuola pubblica e scuola privata.
di Marcella Raiola
Ieri, all’ultima ora, sono entrata in classe (una seconda liceale) con un po’ di ritardo, avendo atteso che gli alunni di terza consegnassero tutti la loro versione. Avrei dovuto calarmi nei panni di un Cicerone poco galantemente impegnato ad aggredire la Clodia del processo a Celio, facendo sibilare i suoi sarcasmi velenosi, rintronare i suoi pesanti oltraggi, risaltare la sua ostentata e talora deliberatamente irritante perizia di cesellatore delle parole e di abile manipolatore delle coscienze. Entrando, però, mi sono resa subito conto che non sarei riuscita a ricreare l’atmosfera tesa del tribunale romano. L’ora di filosofia precedente, infatti, aveva acceso una discussione che non si aspettava né meritava d’essere soffocata.
Il tema era “la libertà”. “Prof., cos’è per lei la libertà?”.
Siamo partiti dalla fine coincidente con l’inizio, cioè dalla parola che pretende di definire, di dare i confini al concetto, all’oggetto di indagine: abbiamo preventivamente sceverato i piani di discorso, distinto quello politico-ideologico da quello “esistenziale” e da quello giuridico… Ma il fiume era già esondato e la piena dei perché addolorati, dei però risentiti, degli è così perentori non si sarebbe fatta frenare da argini di pensieri sabbiosi. Ho provocatoriamente citato la risposta che un ragazzo cubano diede a due giornalisti italiani: “Libertà è anche poter essere mafiosi, per questo voi siete più liberi di noi”, per ragionare sul se e sul come il male rientri tra le garanzie della libertà umana, sul se e sul come sia logicamente, dialetticamente “necessario”. Le voci si accavallavano, i pareri e le urgenze di risposta si affollavano, si incrociavano; i punti di vista si compattavano o neutralizzavano a vicenda; alcuni si alzavano spesso, rossi in volto, alzavano la mano a chiedere la parola o venivano rimbrottati da altri che esponevano concitatamente il loro pensiero usando una mimica forte e spontanea, infervorati dal dibattito.
La storia personale, la ferita emotiva, la posizione di ciascuno ha finito col rendere crocianamente contemporanea, ancora una volta, la storia antica e quella moderna: ci sono venuti contro o incontro Simmaco e Cassiodoro, esortanti alla tolleranza e al pluralismo euristico e confessionale; Tertulliano e Agostino, la ragione preambulum fidei e la ragione infedele, San Francesco e Don Gallo, gli illuministi e i “libertini”, il teismo e il deismo, le rivelazioni e i libri sacri, i massacri originati o mascherati dalla religione e le religioni nate per frenare i massacri, Ratzinger e la legge sulla fecondazione, l’oscurantismo e la misoginia, Margherita Hack e Gianni Vattimo, l’ingerenza e l’autonomia istituzionale, la signoria sulla vita e sulla morte e l’ipoteca sul corpo, le mille Eluane e i mille papà Beppino…
Dalla cronaca, dal vissuto e dal tangibile progresso culturale e metodologico che la scuola pubblica, pur con tutti i suoi limiti, ha generato, consentendo alle generazioni nuove di spendere come moneta spicciola il patrimonio di acquisizioni critiche faticosamente accumulato dalle generazioni andate, sono scaturiti, vertiginosamente richiamandosi, infiniti e correlati complessi universali di idee: le libertà civili e personali; la pietà e la “disciplina” gesuitica; la morale e il moralismo; la laicità come garanzia per tutte le confessioni e per nessuna; la fede e la mediazione del clero; il popolo di Dio e la sua strumentalizzazione; il dogmatismo e il relativismo; i valori non negoziabili e l’autorità di chi li addita o di chi pretende di imporli; la libertà di seguire codici vincolanti e la libertà di stracciarli tutti; la distinzione e la relazione tra il peccato e il reato; il destino delle vittime e i destini dei carnefici; il feticismo e la superstizione; la teleologia e l’eterno ritorno; Dio creatore dell’umanità e l’umanità creatrice del mito proiettivo di Dio.
Ho partecipato alla discussione ora guidandola ora subendola, ora citando ora tacendo, ora declassando una presunta idea a pregiudizio, ora elevando accreditati ma talvolta non meditati giudizi a idee-chiave. Non ho avuto né trovato nulla da inculcare, né i giovani che avevo di fronte me lo avrebbero consentito.
Neanche loro hanno preteso di inculcarsi alcunché; hanno solo scoperto dei nervi scoperti, per esempio hanno indotto la loro prof. a riconoscere, tacitamente, che la rivendicazione strenua e defatigante del principio di laicità dello Stato contro le innegabili ingerenze vaticane ha relegato in secondo piano il discorso, più sostanziale e intimo, sul posto di Dio nell’esistenza di ciascuno… “Prof., lei è credente?”. Per fortuna della prof. è suonata la campanella, ma alcuni sono rimasti a “sgravarsi” di pensieri che non potevano tornare a casa senza risuonare prima in aula. Una studentessa ha collegato l’adesione ad un “credo” al condizionamento familiare. Lei, figlia di un’atea e di un agnostico, si definiva tale pur non avendo mai letto la Bibbia, per automatismo. Una sua compagna le ha risposto che lei, invece, figlia di cattolici praticanti, non si sentiva affatto portata a seguire l’esempio dei suoi, perché non era mai stata costretta o convinta dai genitori a seguire le loro orme, bensì invitata a cercare autonomamente la sua verità.
A quel punto, la mia frustrazione per l’aporeticità solo a metà forzosa della discussione ha lasciato il posto alla felicità di una certezza assoluta: ho messo le due ragazze l’una di fronte all’altra e ho detto loro che se ciascuna avesse rispettivamente frequentato una scuola privata conforme alle idealità delle rispettive famiglie avrebbero avuto alte probabilità, terminata la formazione, di scontrarsi pesantemente e di entrare in conflitto, laddove invece, venendo alla scuola pubblica e incontrandosi nella stessa classe, avevano potuto scoprire e utilizzare la categoria del “condizionamento” per spiegare le proprie differenti propensioni e, quindi, trovare un terreno d’incontro. Si sono abbracciate, scherzando e prendendosi bonariamente in giro.
Tornando a casa, ho sentito che le parole di cui mi fido e che pronuncio anche quando ne ho perso momentaneamente il polso e il peso, perché le so giuste, mi si riempivano nuovamente e abbondantemente di senso: chi distrugge la scuola pubblica, distrugge la pace e prepara la guerra.
Scuola privata e diplomi falsi: dietro le truffe, anche il lavoro nero dei docenti

Scuola privata e diplomi falsi: dietro le truffe, anche il lavoro nero dei docenti
COMUNICATO STAMPA di www.gildains.it
“L’operazione condotta dalla Guardia di Finanza in Calabria e in Sicilia ha l’indiscutibile merito di portare finalmente a galla un marciume diffuso in una parte notevole del Paese. Ma, proprio alla luce di questo lodevole intervento delle Fiamme Gialle, non possiamo dimenticare che sono trascorsi sette mesi dalla denuncia lanciata dalla nostra associazione sullo scandalo del lavoro nero nelle scuole private”.
Così il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, Rino Di Meglio, commenta l’operazione portata a termine dalla Guardia di Finanza di Gela che ha scoperto un giro di falsi diplomi rilasciati da dodici istituti privati siciliani e calabresi.
“L’altra faccia di truffe come questa – afferma Di Meglio – è rappresentata dal bieco sfruttamento di tanti docenti precari che, pur di accumulare punteggio da utilizzare nelle graduatorie statali, accettano di lavorare gratis. Nonostante la gravità della situazione, – sottolinea Di Meglio – né l’Inps né il ministro Gelmini hanno risposto alla nostra richiesta di procedere a una verifica incrociata per accertare se ai docenti che hanno lavorato negli istituti paritari risultano i versamenti dei contributi. In questo modo – conclude – sarebbe possibile individuare e punire le scuole che, oltre a dispensare falsi titoli di studio, speculano sulla precarietà”.