Insegnanti della Cub scuola: solidarietà agli studenti colpiti dai 5 in condotta per ritorsione

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GLI INSEGNANTI DEL SINDACATO DI BASE CUB ESPRIMONO SOLIDARIETA’ AGLI STUDENTI COLPITI
DALLA REPRESSIONE (MULTE E 5 IN CONDOTTA) PER LE OCCUPAZIONI
Comunicato degli insegnanti della Cub Scuola di Modena
Gli insegnanti e le insegnanti iscritti alla Cub scuola (Confederazione unitaria di base) esprimono la loro piena e attiva solidarietà agli studenti delle scuole modenesi che stanno subendo una pesante repressione per le lotte degli scorsi mesi. In particolare, esprimiamo la nostra solidarietà agli studenti dei collettivi che hanno ricevuto pesanti multe (fino a 1500 euro!) e il 5 in condotta per aver lottato contro la distruzione della scuola pubblica e dei servizi pubblici.
La nostra condizione è simile a quella degli studenti. Prima il governo Berlusconi, ora il governo Monti: la scuola pubblica e gli altri servizi pubblici da anni subiscono solo tagli. Da ultimo, l’innalzamento dell’età pensionabile ha inferto un duro colpo al personale della scuola. I presidi, anche nelle scuole modenesi, sempre più spesso si comportano come manager pronti a sanzionare studenti e lavoratori. Noi diciamo no all’autoritarismo dei presidi-sceriffi!
Bene hanno fatto gli studenti ad occupare le scuole e manifestare contro il governo Berlusconi prima, contro il governo Monti poi: siamo solidali e sosterremo le manifestazioni di protesta contro la repressione.
Le insegnanti e gli insegnanti della Cub Scuola di Modena
Info: 3394836737
cubmodena@tiscali.it
Lavoriamo per dare valore alla scuola pubblica: lo slogan scelto dalla Uil scuola per lo sciopero indetto dalla Uil per il pubblico impiego

‘Lavoriamo per dare valore alla scuola pubblica’ è questo uno degli slogan scelti dalla Uil scuola per lo sciopero indetto dalla Uil per il pubblico impiego.
Il ‘valore’ della scuola pubblica italiana, quella frequentata dal 94% degli studenti – sottolinea il segretario organizzativo della Uil scuola, Pino Turi – da cui dipende il futuro e lo sviluppo de Paese è determinato dal ‘lavoro’ delle persone.
E questo è il punto: ad un lavoro così impegnativo e delicato non viene dato il giusto riconoscimento e il giusto valore. Gli insegnanti italiani hanno gli stipendi più bassi d’Europa, impegno e competenza vengono premiati con una ‘pacca sulla spalla’, si blocca il contratto e si vuole ostacolare la contrattazione integrativa, si tagliano le risorse e non si diminuiscono le tasse sul lavoro. Sono queste le ragioni della protesta, collegate all’esigenza di dare centralità e peso al lavoro che si fa nelle scuole.
Un mese fa l’Ocse riportava l’attenzione sui livelli di investimento in istruzione: la spesa per l’istruzione in rapporto al Pil in Europa è del 6,1%, in Italia è del 4,8%. E ancora, la spesa per l’istruzione è bassa anche in rapporto sulla spesa pubblica, 9,7% rispetto all’11% della media dei paesi europei.
‘Qualificare la spesa pubblica, investire in istruzione, valorizzare il lavoro’: sono questi i temi forti su cui la Uil Scuola richiama l’attenzione. L’Europa – continua Pino Turi – ha presentato molte istanze al nostro Paese, la Germania si è dimenticata di richiedere che, proprio come hanno già fatto loro, l’Italia non persegua sulla strada dei tagli all’istruzione.
Ecco invece cosa è stato già fatto – precisa il segretario della Uil Scuola: in tre anni la scuola ha ridotto i dipendenti di 81 mila insegnanti (12%) e 44 mila Ata (17%). La politica dei tagli lineari è stata un errore perché ha compresso la scuola. Il contratto è bloccato e si ostacola la contrattazione integrativa.
Una situazione nella quale non sono stati toccati gli sprechi, le spese improduttive, il peso della burocrazia.
Per vedere il fallimento delle politiche perseguite dalla Funzione Pubblica che, con la legge 150, pensava di apportare chissà quali cambiamenti, basta osservare che, con il blocco dei contratti e della contrattazione, all’Aran, l’agenzia di contrattazione per il pubblico impiego, 69 persone in organico, 15 dirigenti e 54 impiegati non sono chiamati a nessun compito, demotivati.
E ancora, poiché doveva essere superata contrattazione si è creato un nuovo organismo, la Civit (Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche) con tanto di presidente e consiglio direttivo. Sono stati spesi soldi aggiuntivi in una commissione che, in tutta fretta, si è insediata a Via del Corso, nello stesso edificio, ma al piano di sotto rispetto all’Aran, che con il blocco dei contratti non può svolgere alcuna funzione. Intanto la valutazione, affidata alla Civit, non parte. Il risultato è che non si fa né l’una, né l’altra.
Si sprecano i soldi e si peggiora il servizio. Bel risultato. Questa è la grande portata innovativa del ministero della Funzione Pubblica.
Nelle settimane scorse –aggiunge – è stato firmato il contratto sulla mobilità professionale per il personale Ata. Il contratto è rimasto in qualche cassetto della Funzione Pubblica e non se ne trova più traccia. Il risultato è che, in assenza di tale contratto, sono state bloccate alcune delle 67 mila assunzioni già autorizzate dal ministero dell’economia.
Serve un cambio di passo. La scelta da fare per la Uil Scuola è quella togliere soldi da ciò che è improduttivo e metterli sul ‘lavoro’. Questa è la vera modernizzazione, non quella fatta a ‘spot’ che diventa apparato burocratico.
PRECARI SCUOLA: NON CI FERMIAMO QUI

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa di Coordinamento Lavoratori Scuola Milano.
Basta elemosine. Riprendiamoci il nostro lavoro, i nostri diritti, la nostra dignità.
Lunedì 10 ottobre, a 29 giorni dall’inizio della scuola, si sono svolte le ultime convocazioni sul sostegno. Molti di noi hanno preso la tanto sospirata nomina, attesa per più di un mese, altri non ce l’hanno fatta, molti altri ancora non sono stati neanche convocati perché, a causa dei tagli della Gelmini, espulsi per sempre dalla scuola pubblica. E questo non riguarda solo il sostegno, ma gli insegnanti precari di tutte le classi di concorso.
Sul sostegno quel che si delinea all’orizzonte, sono solo ulteriori tagli di ore, riduzione delle certificazioni e il progetto di privatizzazione per rottamare per sempre la figura dell’insegnante di sostegno. Sulle altre classi di concorso continuano i tagli determinati dalla riduzione delle ore scolastiche e per materia, dall’accorpamento delle classi, dalla riduzione delle compresenze e del tempo pieno.
Fermare la lotta oggi significherebbe affrontare, nel settembre dell’anno prossimo, una situazione peggiore di questa, la disoccupazione.
In questo mese di proteste abbiamo formulato delle proposte frutto della discussione collettiva. Se realizzate queste proposte possono avere l’effetto di ridurre i tagli e strappare molti di noi alla disoccupazione, alle supplenze brevi o ritardate e garantire un minimo di continuità di reddito.
PROPOSTE GENERALI CONTRO I TAGLI IN LOMBARDIA DA PRESENTARE A USR, REGIONE, PROVINCIA, COMUNE E SINDACATI.
1. Immediata azione di rifinanziamento della scuola pubblica in drammatica crisi, da parte delle Amministrazioni comunali, provinciali e regionali per ripristinare tutte le ore delle discipline drasticamente eliminate o ridotte dalla Legge 133/2008 della Riforma Gelmini e tamponare l’emergenza con regolari assunzioni a T.D. secondo il contratto collettivo nazionale.
2. Concedere deroghe sul numero totale di ore settimanale e per singola disciplina negli Istituti scolastici in base alle richieste formulate nei POF.
3. Divieto di dare cattedre e accorpamenti superiori a 18 ore.
4. Assegnare tutte le disponibilità (anche gli spezzoni pari o inferiori a 6 ore) fino al termine delle attività scolastiche/anno scolastico attraverso convocazione pubblica e trasparente da parte dell’USP.
5. Sul sostegno si autorizzino tutte le deroghe necessarie per ripristinare nelle scuole milanesi il rapporto eliminato Gelmini per esigenze di risparmio, di 1 docente di sostegno–2 alunni diversamente abili e copertura delle disabilità gravi in base all’effettivo bisogno.
6. Smembrare le classi sovraffollate con più di 25 alunni e rispettare il limite massimo di 20 alunni per classi in presenza di ragazzi diversamente abili, per esigenze di sicurezza e per garantire una didattica e un integrazione efficaci e di qualità.
7. Tirocini Formativi Attivi: contro un’ennesima guerra tra poveri non al “doppio canale” per nomine annuali e immissioni in ruolo – 50% per nuovi specializzati precari tramite TFA e 50% per precari attualmente inseriti in G.a.E. – ma inserimento dei neo-specializzati tramite Tirocinio nelle stesse graduatorie provinciali con criteri uguali di punteggio di accesso e di servizio.
8. Rinnovo automatico annuale delle graduatorie prioritarie da cui gli Istituti scolastici devono obbligatoriamente attingere per conferire le supplenze brevi. Per le supplenze fino al termine delle attività didattiche i DS devono attingere prioritariamente dalle graduatorie provinciali.
9. Inserimento in coda degli insegnanti specializzati sul sostegno alle superiori nella graduatoria sostegno AD00 alle medie con la possibilità di nomina annuale e riconoscimento del pieno punteggio.
10. Apertura di uno sportello contro le illegalità delle convocazioni presso gli USP della Lombardia, a carattere permanente, dove denunciare tutte le emergenze, le inadempienze e le irregolarità nella comunicazione delle disponibilità e nelle procedure di nomina.
11. Programmare immediatamente l’assunzione di un numero adeguato di personale amministrativo presso l’USP e USR al fine di procedere a tutte le funzioni di nomine, gestione e vigilanza a cui questi uffici sono preposti nel corso dell’anno scolastico, in maniera efficiente e in tempi ridotti e certi.
Coordinamento Lavoratori Scuola Milano
http://coordinamentoscuola3ottobre.blogspot.com
Prigionieri dell’avverbio “ormai” – di Marcella Raiola

Da postulanti impotenti a proponenti consapevoli: una legge di iniziativa popolare per rifondare gli statuti e ridefinire le finalità della scuola pubblica.
di Marcella Raiola
In un suo recente ed apprezzato intervento, una prof.ssa del liceo “Da Vinci” di Genova ha delineato efficacemente le dinamiche della scuola-azienda e il pervertimento di valori e ruoli prodotto dalla mercificazione del sapere e dall’estensione indebita delle logiche del mercato ai processi di formazione. La scuola pubblica, unica istituzione ad essere vantaggiosamente “inattuale”, socialmente riequilibrante e strutturalmente o tendenzialmente immune dal morbo della compravendita, del semplicismo liquidatorio e dell’esibizionismo arrivista, ha sempre costituito un problema per le classi dirigenti, che di sperequazione economico-sociale si nutrono e che grazie all’abdicazione conoscitiva e, quindi, all’acritico consenso, riescono a perpetuare il loro potere.
I mutamenti cui la scuola è andata incontro sono legati a doppio filo ai mutamenti sociali, e questo è innegabile; però io sento di poter dire, per averlo sperimentato di persona in modo anche abbastanza grottesco, che spesso la scuola ha anticipato le pretese delle famiglie, o, peggio, le ha precostituite, autorappresentandosi come servizio scadente, fallibile e contestabile, alimentando fino al parossismo la psicosi del ricorso e favorendo l’insorgere di un clima conflittuale prima che vi fosse o addirittura senza che vi fosse alcuna volontà di ritorsione da parte delle famiglie stesse!Molti dei dirigenti scolastici che ho conosciuto, infatti, hanno spesso usato l’arma ricattatoria della “denuncia” e del “ricorso” da parte dei genitori come spauracchio per neutralizzare la collegialità e l’autonomia valutativa e didattica dei docenti, nonché per indurre i docenti a svolgere mansioni non previste (vigilanza, per esempio!) e prima inusitate per l’insegnante, anello debole della catena, anche dal punto di vista sindacale, diffamato e screditato più del funzionario e del bidello, perché più pericoloso a livello politico e ideologico.
Insomma: la scuola, in nome del risparmio “virtuoso” e per accreditare il risparmio come unica virtù, ha insegnato ai genitori l’arte di delegittimarla, anzi, di delegittimare l’unica sua componente che, per motivi professionali, etici e civici rilutta ad adattarsi all’ignobile nuovo corso: quella dei docenti. Non a caso, sono i docenti che lamentano da tempo i dànni paideutici e sociali prodotti da questa metamorfosi; sono i docenti, oggetto di demonizzazioni interessate, diffamazioni acrimoniose e indecenti vessazioni, a scendere in piazza sistematicamente, non solo per rivendicare il diritto al lavoro negato o scippato, ma anche quella dignità e libertà di azione che consenta a loro e ai ragazzi di vivere in modo autentico e pulito, senza prevaricazioni e senza alibi di comodo, l’esperienza complessa e necessariamente non indolore della formazione e della crescita, nell’interesse di tutta la comunità.
Assai meno numerose, invece, sono le denunce e le voci che si sono levate dai dirigenti, allettati dalla possibilità di fregiarsi della lusinghiera e ambita qualifica di “manager”, quasi unanimemente organici al potere e per nulla reattivi, neppure di fronte alle censure fasciste e ai dispotici provvedimenti disciplinari minacciati o fatti scattare contro i pochi presidi apertamente “dissenzienti” dalla brutta caricatura di regime che è al potere in questo momento e che vi rimarrà chissà fino a quando, stante la totale acquiescenza delle colluse “opposizioni” e la pavidità degli organi istituzionali di controllo, inutilmente sollecitati a mettere fine ad uno sconcio che ha travolto il paese e ne ha stravolto la facies politica e culturale. Queste considerazioni conducono all’amaro riconoscimento dell’esistenza di un fronte interno di lotta, che rende più complicata e meno compatta la reazione della scuola alle inaccettabili brutalizzazioni e banalizzazioni moralistiche di un ministro mai come in questa legislatura inetto, impreparato ed eterodiretto. Ecco perché chi scrive propone che si smetta di considerare come “dato” e “rato” l’andazzo della scuola del terzo millennio, e come ormai “passati” e irreversibili l’assetto e l’idea della scuola-azienda, con tutte le loro esiziali conseguenze.
Se è possibile legiferare contro una norma di civiltà (testamento biologico) chiesta e voluta dal 70% degli italiani; se è possibile vanificare gli sforzi di anni e anni di campagne di sensibilizzazione, affossando con protervia esecrabile una legge contro l’omofobia, allora dev’essere contemplata anche la radicalità di una proposta che inverta processi intrapresi e rivelatisi fallimentari. Come per l’omofobia, dunque, relativamente alla quale Stefano Rodotà ha già postulato l’esigenza di redigere una proposta di legge dal basso che si imponga al Parlamento con la forza dell’adesione morale e civile di milioni di italiani, così è necessario stilare un articolato di legge popolare che, azzerando la visione bassamente mercantilistica e utilitaristica invalsa, ridefinisca in modo inequivoco le funzioni e la specificità operativa della scuola pubblica, bene comune non suscettibile di soggiacere alle logiche e fluttuazioni del mercato, modellando e calibrando sui presupposti teorici che tutti evochiamo nelle nostre sdegnate denunce l’organizzazione, gli obiettivi, gli investimenti, le finalità e i margini di discrezionalità o di intervento dei suoi operatori, che vanno selezionati in modo univoco e severo e stabilizzati per tempo.
Tale rifondazione statutaria potrà assicurare finalmente ai giovani una formazione seria e lo sviluppo di una coscienza civile che trovi riscontro dialettico nella società e non appaia più, invece, ai loro occhi, come una capziosa petizione di principio o uno sterile esercizio di vuota retorica. Una legge popolare, dunque, da sostenere con forza, che riconsegni all’intelletto e alla ricerca inesausta e comune i suoi spazi liberi e non ipotecabili; una legge che restituisca la scuola ai docenti, i docenti agli studenti, gli studenti alla società, la società a se stessa. Non è utopia. Non è vagheggiamento anacronistico. E’ il frutto plausibile e dolce di un convincimento da maturare in fretta. Magari cominciando a non usare più l’avverbio “ormai”.
Marcella Ràiola
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