Alti tassi di abbandono scolastico e preparazione sotto la media: così va la scuola al Sud

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Il 35,2% dei giovani campani di 18-24 anni non studia e non lavora
In Campania il 35,2% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni non studia e non lavora, e va a gonfiare le fila dei disoccupati di lunga durata, costituendo così una facile preda per l’arruolamento da parte della criminalità organizzata. Si tratta di un dato molto più alto rispetto alla media nazionale (pari al 22,7%) e superiore anche alla media del Sud (31,9%).
È questo l’esito di percorsi scolastici accidentati, fatti di conflitti tra insegnanti e studenti, bocciature ripetute, entrate e uscite dai cicli formativi, che spesso cominciano sin dai primi anni di scuola, ma si manifestano in maniera più evidente durante le superiori.
Nonostante i miglioramenti degli indici di dispersione scolastica registrati negli ultimi anni, resta ancora molto da fare. In Italia l’11,9% degli iscritti al primo anno delle scuole superiori abbandona gli studi. Se il tasso di abbandono scolastico in Calabria è solo del 6,6%, in Campania la percentuale sale al 13,8% e in Sicilia al 14,6%.
Se si guarda all’intero quinquennio, in Italia si ha una media del 26% di studenti che non arrivano alla maturità, con punte massime del 30,7% negli istituti tecnici. Il valore riferito al Mezzogiorno nell’insieme è nella media, con il 27% di abbandoni alle scuole superiori, ma si registrano situazioni più critiche in Campania (29,9%) e Sicilia (30,7%), dove si va delineando uno stato di vera e propria emergenza educativa.
Dall’indagine Ocse-Pisa emerge anche un ritardo nelle competenze di base possedute dai quindicenni italiani che si fa più grave per i ragazzi meridionali. In Italia il 21% dei quindicenni ha competenze solo minime nella lettura (ma al Sud il dato sale al 25,2% e nelle isole è pari al 30,2%), il 25% in matematica (il 31% al Sud e il 35,9% nelle isole) e il 20,6% in scienze (il 26,6% al Sud e il 31,5% nelle isole). Particolarmente critica la situazione in Calabria, dove i livelli di competenze sono anche inferiori rispetto a quelli dei coetanei meridionali.
Tenere a scuola i ragazzi «difficili», aiutarli nei percorsi di riavvicinamento alle istituzioni e di recupero scolastico, farli sentire comunque parte di un gruppo, sono alcuni degli obiettivi che si è posto il progetto «Abbandono scolastico e bullismo: quali rischi tra i giovani?» promosso dal Ministero dell’Interno nell’ambito del Pon Sicurezza per lo Sviluppo-Obiettivo Convergenza 2007-2013 e realizzato da un raggruppamento di imprese con capofila il Censis. Il progetto, che ha avuto una durata di due anni, ha coinvolto oltre 5.000 studenti di 9 istituti scolastici collocati nelle 4 regioni più critiche del Mezzogiorno (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), con attività di ascolto e sostegno, recupero e aiuto allo studio, rivolte a studenti, famiglie, docenti, attraverso l’impiego di una équipe territoriale con competenze socio-psico-pedagogiche, rappresentando così una buona pratica esportabile in altre scuole e in altri contesti.
Dei risultati conseguiti nell’ambito del progetto si è parlato oggi nel corso del convegno conclusivo tenutosi a Napoli presso l’Iis Sannino-Petriccione, cui hanno partecipato, tra gli altri, il Prefetto di Napoli Francesco Musolino, l’Autorità di Gestione del Pon Sicurezza Emanuela Garroni, l’Assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Annamaria Palmieri, il Direttore Generale del Censis Giuseppe Roma e i dirigenti scolastici di tutti gli istituti coinvolti.
Per avere maggiori informazioni sul progetto è possibile consultare il sito web www.discobull.it, la pagina Facebook o inviare un’e-mail all’indirizzo info@discobull.it.
Precari, giovani, studenti, blitz a Montecitorio

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Come Rete della Conoscenza sosteniamo questa iniziativa di mobilitazione indipendente promossa dalla campagna Voglio Restare e inoltriamo il comunicato stampa
38,7% di disoccupazione giovanile
SIAMO LA MAGGIORANZA
i giovani precari protestano a Montecitorio e in altre città italiane
“noi dimenticati dalla politica, ecco le nostre proposte”
Si insedia oggi un Parlamento senza maggioranza, troppo impegnato a discutere di legge elettorale, alleanze, presidenze delle Camere e coalizioni per ricordare della disoccupazione giovanile, del welfare, della precarietà, della crisi, del lavoro. Ma l’unica vera maggioranza è quella rappresentata dalla percentuale dei giovani senza lavoro, che ormai ha toccato quota 38,7% in Italia, secondo gli ultimi dati Istat. Una percentuale che supera di gran lunga quella ottenuta dai partiti e dalle loro coalizioni durante l’ultima tornata elettorale.
A sottolinearlo a gran voce sono le ragazze e i ragazzi aderenti a “Voglio Restare”, la campagna nazionale per il futuro sui diritti, il welfare, il contrasto alla precarietà, nata ad ottobre 2012 e oggi con comitati territoriali in numerose città italiane. Una campagna lanciata da studenti, lavoratori, giornalisti precari, blogger, ricercatori precari e tanti altri, che vogliono “cambiare il Paese per non dover cambiare Paese” attraverso un percorso collettivo di analisi e mobilitazione.
Per questo stamattina davanti alla Camera dei deputati si sono radunati attivisti che hanno messo in atto un blitz srotolando striscioni che recitavano, ad esempio, “38,7% di disoccupazione giovanile, siamo noi la maggioranza” e l’ironico “Dacce l’incarico”.
L’iniziativa mira a rilanciare le dieci proposte per il futuro lanciate da “Voglio Restare” nel corso della campagna elettorale. Le proposte, che vertono su temi quali la precarietà, la maternità e paternità, gli ammortizzatori sociali, la creazione di nuova occupazione, il diritto alla casa. Noi continueremo a dare battaglia affinché tutte le forze politi- che si impegnino per realizzarle, per il futuro di questo Paese”.
per info 3200677915
www.vogliorestare.it
Studenti stranieri in Italia / Di Menna: importantissimo ruolo della scuola per integrazione

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La conoscenza della lingua italiana primo strumento di inserimento
Il rapporto Miur – Ismu fotografa una situazione in costante crescita: dieci anni fa, nel 2003, la percentuale di studenti stranieri nelle scuole italiane sfiorava il 3%. Nel 2005 era la metà della presenza attuale ( 4 %).
Questo trend di presenze tende fortemente ad aumentare si prevede un numero sempre più consistente di alunni stranieri nei prossimi anni.
E’ necessario, giusto e opportuno – sottolinea Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola, prestare particolare attenzione a questa esperienza di integrazione che sta prendendo spazio nelle scuole.
Tanti insegnanti stanno favorendo il formarsi di studenti che vivono con grande entusiasmo il loro nuovo status di cittadini italiani, nel rispetto Costituzione, delle nostre leggi e nella ricerca di sempre maggiori conoscenze.
Si tratta di un impegno importante – aggiunge Di Menna – che, partendo dalla scuola, conduce, di riflesso, a far vivere anche alle famiglie, attraverso l’esperienza dei loro giovani studenti, la cultura, la storia del nostro (loro nuovo) paese e le culture e le religioni dei diversi paesi di provenienza.
Le due cose importanti che la scuola fa – rileva Di Menna – e che deve fare come momenti fondamentali per l’integrazione sono:
- far acquisire rapidamente la padronanza della lingua italiana. Lingua che diventa strumento principe dell’integrazione.
- Insegnare gli aspetti fondanti della costituzione, base della convivenza civica.
Quel che spesso viene dimenticato, nel compito affidato alle scuole, è che parlando di studenti stranieri non si può fare riferimento ad un insieme indistinto.
Al contrario, si tratta di studenti provenienti da tutto il mondo con culture, lingue, religioni molto diversi tra loro. La presenza in una classe di studenti provenienti da paesi diversi ha come primo effetto quello di rendere più difficile e complicata la personalizzazione. D’altra parte è proprio nella conoscenza della complessità delle differenze che si procede in avanti con l’integrazione.
L’approccio laico della scuola è fondamentale, la non-conoscenza è l’anticamera della paura, della separazione, del conflitto.
L’esperienza di questi anni ha mostrato che ci tante scuole che vivono positivamente questa complessità e hanno attivato modalità organizzative efficaci. Non si parte da zero.
Il ruolo che dovrebbe svolgere il ministero dovrebbe essere quello di veicolare le migliori esperienze in modo che le scuole possano utilizzarle. Dare supporto alle scuole coordinando gli interventi e intese con le comunità di provenienza, non lasciare gli insegnati soli a gestire i processi formativi sempre più complessi.